lunedì 31 dicembre 2007

Compleanno in Pakistan




In coincidenza con il brutale assassinio della Bhutto vorrei narrarvi, brevemente, uno dei miei peggiori compleanni mirati, quello a Karachi, nel Pakistan, per l’appunto.
Avevo un piano ben preciso perché conoscevo i pericoli del posto e anche la bruttezza dello stesso e con questo non voglio offendere i pakistani che vivono in luoghi anche stupendi.
Karachi è una megalopoli mostruosa, soprattutto per affollamento, per inquinamento e per densità di povertà e di malattie gravi ormai divenute endemiche.
Giunsi all’aeroporto intorno alle dodici del mattino, ma all’aperto il sole infuocava già tutto ed eravamo, certamente, oltre i 45°C all’ombra. Con un taxi mi diressi allo Sheraton al centro della città, non molto costoso lì come in quasi tutta l’Asia. Attraversai un’unica enorme, sterminata, strada che dall’aeroporto conduce al centro di quella che molti credono sia la capitale del Pakistan, ma che è solo la città più importante di quel Paese.
Per darvi un’idea, pensate agli Champs Élysées. Una strada molto più larga e molti chilometri più lunga, ma non erano gli Champs Élysées. Migliaia di motorini, furgoncini tipo Ape e piccolissimi bus pubblici e privati con i viaggiatori appesi ai finestrini o ammassati sui tetti dei veicoli intasavano completamente il traffico. Si aveva l’impressione come di un esodo di massa per motivi bellici, ma era un giorno come un altro, come mi spiegò il tassista. Praticamente non si procedeva di un solo passo e solo ogni 10-12 minuti si avanzava di pochissimo. Stare in una camera a gas sarebbe stato meno velenoso. Il caldo insopportabile, il rumore assordante, il gas e la vista di quei disperati aggrappati ai veicoli, tutto contribuiva a farmi comprendere com’è l’inferno, se esiste un inferno oltre quello terrestre.
Finalmente giunsi in hotel e scelsi un piano altissimo per una regola che seguo sempre in posti ad alto rischio terroristico. Infatti, soltanto un anno dopo, un gruppo di sei o sette francesi, se ben ricordo, nello stesso hotel, fu massacrato da un’esplosione di un furgoncino kamikaze davanti alla porta d’ingresso.
Mi chiesi come mai le finestre avessero orribili inferriate nere, come in carcere, ma l’interrogativo durò poco perché guardando fuori vidi che migliaia di enormi corvi neri volavano su Karachi e, evidentemente, le inferriate servivano a non avere in camera ospiti sgraditi.
Il Pakistan, come si sa, è in guerra da sempre, soprattutto con l’India, e dunque non mi sorpresi nel vedere che, seduto su di una poltroncina, a ogni piano dell’hotel, vi era un poliziotto in borghese che non tentava di nascondere un’enorme pistola infilata nella cintura dei pantaloni e pronta all’uso.
Avevo deciso di fermarmi solo 20 ore e così feci. Solitamente in questi posti (Karachi, Jakarta, Surabaya e molti altri) non è possibile fare la doccia perché l’acqua esce di colore marroncino chiaro e l’unica è portarsi da casa dei fazzoletti detergenti con cui lavarsi. I denti vanno lavati esclusivamente con acqua minerale sigillata o con whisky.
Scesi al ristorante interno all’hotel soltanto per la cena.
Mangiai, come quasi sempre in Oriente, bistecca ai ferri, molto cotta, e patatine fritte. Poi chiesi “Pineapple in a metal box” (ananas in scatola). Il capocameriere continuava a chiedermi incredulo se aveva capito bene e mi mostrava un tavolo grande pieno di frutta fresca di ogni tipo. Per non offenderlo non gli dissi che quella frutta la poteva mangiare lui e che io preferivo le ananas in scatola delle Azzorre, magari.
La mattina dopo, alle otto, ero di nuovo in aeroporto.Non ricordo se all’andata o al ritorno, nel corso di una delle innumerevoli soste, assistetti a questa scena: la scena del dentista. Non so se in quel paese esistano o meno i dentisti come da noi, di certo esistono i dentisti ambulanti, lungo la strada, a fianco alle auto, senza un solo albero e sotto un sole che avrebbe bruciato anche un abitante di Jeddah. Un poliziotto si avvicinò al “dottore” e gli fece segno che gli doleva fortemente il dente. L’altro, con aria professionale, seppure ricoperto di stracci, gli osservò l’interno della bocca, dopo averlo fatto sedere su di un piccolo sgabello.
Aprì una borsa e rovistando tra ferri non sterilizzati, ma molto arrugginiti, tirò fuori una tenaglia e così, senza pensarci e senza anestesia, tirò con quanta forza avesse in corpo e ottenne il dente malato insieme a uno spruzzo di sangue in faccia dove immagino ci fossero tutti i virus delle varie epatiti, dalla A alla Z, comprese quelle ancora da scoprire.
Giunto in aeroporto il poliziotto osservò il mio passaporto e si avvide che ero giunto lì 20 ore prima.
Mi chiese per quale motivo fossi venuto a Karachi.
“Tourism”.
“Tourism? One day, in Karachi?”.
“Yes, tourism, one day, in Karachi”.
E lui fece quel gesto internazionale con la mano che significa: aspetta che ti sistemo io.
Chiamò altre due guardie e mi fece portare in uno stanzino dove fui spogliato completamente e perquisito. Anche i miei abiti furono sottoposti a controlli rigidissimi, ma alla fine mi lasciarono andare.
Un padre e un figlio italiani, esattamente una settimana dopo, si recarono a Karachi e seguirono il mio stesso piano, ma questa volta il poliziotto (forse lo stesso) fu molto più severo e scucì le fodere dei loro vestiti e tagliò a metà le suole delle scarpe, pur senza trovare nulla.
Anche in questo caso fu costretto a lasciarli andare.
Non ho nulla contro il Pakistan e contro i pakistani, ma spero di non dover mai più tornare a Karachi.
Ciro Discepolo
www.solarreturns.com
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domenica 30 dicembre 2007

sabato 29 dicembre 2007

Poche considerazioni sull'Air France


In questo spazio potremmo dire che ci occupiamo prevalentemente di Astrologia Attiva (che è basata fortemente sull’Astrologia Previsionale) e di viaggi. Dunque la questione Alitalia ci riguarda molto da vicino e vorrei spiegarvi il mio punto di vista che comunque è soltanto il mio punto di vista e che potrebbe anche essere errato.
Beh, sul fatto che ci fossero due competitori e uno è il primo vettore mondiale e l’altro il secondo italiano, pressoché totalmente indebitato con le banche che lo governano, lascio esprimere i guru della finanza e non mi addentro in cose di economia stretta di cui so pochissimo.
Invece penso di poter dire la mia sulla questione degli aeroporti hub (possiamo tradurre condensatori).
Pensiamo ai primi anni di Malpensa e ai tempi in cui non si parlava ancora di crisi Alitalia.
In Europa esistevano tre grandi aeroporti hub (Parigi, Francoforte e Londra) e uno, a molte distanze dai primi tre, Malpensa, che era tale solo nei progetti dei nostri politici.
Che cos’è un aeroporto hub? È un aeroporto in cui si concentrano decine e decine di voli provenienti da tutta l’Europa, solitamente nella mattinata prestissimo, raccogliendo passeggeri da Bologna, Napoli, Catania, Atene, Ljubljana, Budapest, Sassari, Malaga, Marsiglia, Lisbona e via dicendo, e dove vengono sapientemente organizzati voli con grandissimi aeromobili che partono per molte destinazioni intercontinentali e che riescono a tenere tariffe abbastanza basse proprio perché su voli di circa cinquecento passeggeri, vi sono pochissimi posti vuoti.
Usiamo un paradosso e mettiamo che si volesse far diventare aeroporto hub lo scalo di Ancona: pensate sia possibile? No. È necessario che l’aeroporto in questione sia una vera città dove possono atterrare e partire contemporaneamente decine e decine di voli, per non dire centinaia.
La situazione, fino a pochi anni fa era la seguente, numero più numero meno.
Da Parigi, con Air France, partivano e partono giornalmente 170 voli intercontinentali, per ogni parte del mondo.
Da Francoforte 138 (io facevo il tifo per la Lufthansa perché penso sia la migliore compagnia del mondo), da Londra 120 e da Malpensa, quando tutto andava a gonfie vele, 25 destinazioni intercontinentali al giorno.
Da notare che Malpensa, pur essendo un aeroporto nuovissimo, non possiede la terza pista che è un requisito indispensabile quando ci si candida a “stare tra i grandi”. Infatti, personalmente passo per Malpensa diverse volte all’anno e sono costretto a lunghissime file al decollo in quanto, spessissimo, si usa la stessa pista per l’atterraggio e per il decollo degli aeromobili.
Prima considerazione: dati i numeri che vi ho appena scritto, voi pensate che se Alitalia passasse ad Air One i voli intercontinentali lieviterebbero improvvisamente e noi strapperemmo passeggeri alla Lufthansa o ad Air France?
Si sa che c’è una guerra tra Fiumicino e Malpensa, ma è una guerra tutta italiana e, secondo me, si dovrebbe abbandonare del tutto l’idea di un aeroporto hub tra Roma e Milano.
Facciamo un piccolo passo indietro. Una decina di anni fa la Regione Campania, di cui sono un critico senza riserve per il degrado in cui ha gettato quella che forse è la città più bella del mondo, fece qualcosa di magnifico: vendette l’aeroporto di Capodichino a una società inglese. Là per là mi adirai molto e venne fuori la mia italianità, un po’ simile a quella che sta prendendo molti connazionali del nord sulla questione Malpensa. All’inizio ero alquanto critico, ma poi, a distanza di anni, devo dire che quella del Governatore fu una scelta felicissima. Oggi Capodichino è un gioiello di efficienza e di bellezza, da tutti i punti di vista, a cominciare da un catering di eccellenza come ne ho trovati pochi nel mondo.
Spesso sono alle quattro del mattino in aeroporto e trovo gli operai, gli stessi operai napoletani della vecchia gestione, che, piegati in due, lucidano le scale dell’aeroporto: ripeto, alle quattro del mattino!
Torniamo alla questione aeroporto hub.
L’Air France non ha potuto dichiararlo apertamente altrimenti i soliti “inciuci” nostrani l’avrebbero tagliata fuori dalle trattative. Ma – a mio avviso – il magnifico vettore francese potrebbe avere anche una terza idea di cui si è discusso moltissimo tanti anni fa e poi non se n’è fatto nulla sempre per le faide interne tra Fiumicino e Malpensa e soprattutto perché i politici, probabilmente, non sono riusciti a dividersi la torta.
L’idea è l’uovo di Colombo.
Mettiamo che io debba recarmi in Sudafrica oppure in Argentina o in Medio Oriente o alle Maldive. Come stanno le cose, oggi, io da Napoli e tanti di voi da Bari, Firenze, Genova e via dicendo, dovete imbarcarvi per Parigi o per Francoforte o per Londra e raggiungere la parte più settentrionale, e quasi sempre la parte più occidentale e settentrionale di tutta l’Europa, per poi ridiscendere a latitudini geografiche bassissime.
Ciò con grande spreco di carburante, con un conseguente notevole aumento dell’inquinamento atmosferico, con uno stress enorme per passeggeri ed equipaggi e con costi e tempi decisamente superiori.
Immaginiamo, adesso, “per assurdo”, di cercare una soluzione al problema affidandola ad un commissario venuto da Marte e non inquinato ancora dalla politica dei terrestri. Costui studierebbe il problema e troverebbe l’uovo di Colombo: l’aeroporto di Pontecagnano, a sud di Salerno (o tutt’al più quello di Marcianise in provincia di Caserta), potenziato dalle adeguate infrastrutture (che non sarebbero neanche un centesimo di quelle per il ponte sullo Stretto di Messina), magari sovvenzionate in buona parte da una grande compagnia in attivo come l’Air France, potrebbe diventare realmente il quarto aeroporto hub d’Europa. Sì, perché, allora, i francesi, come i tedeschi e gli spagnoli, i portoghesi e gli ungheresi, i russi e gl’italiani e tutti gli europei, insomma, si sposterebbero verso sud, già sulla strada delle mete a latitudine geografica bassa, senza ripetere, due volte all’andata e due volte al ritorno, lo stesso percorso.
Vi immaginate i vantaggi che potrebbero esserci, per tutti? Soprattutto se tale aeroporto hub fosse specializzato rispetto alle destinazioni del Sudafrica, del Sudamerica, del Medio Oriente e via dicendo? Forse, se il Governo non farà marcia indietro, ciò potrebbe accadere e questo non significherebbe chiudere Malpensa che potrebbe, a sua volta, specializzarsi, un po’ come ha fatto Bologna che è il primo aeroporto italiano per voli turistici e/o esotici.
Ciro Discepolo
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venerdì 28 dicembre 2007

Compleanno a Luxor e a Río Gallegos



Compleanno di Sergio Berti, 2006, a Luxor, davanti alla piramide di Cheope e mio, luglio 2007, a Río Gallegos, Patagonia, Argentina, ma al confine con la Terra del Fuego e con il Cile (dove ho fatto una escursione poche ore dopo il solar return). A Buenos Aires, tappa intermedia di un viaggio davvero lunghissimo, ho visto una bella e immensa città, ma con troppa povertà. Sul web e nelle agenzie non riuscivo a trovare un albergo a Río Gallegos e pensavo non ce ne fossero. Poi ho cambiato l'accento da grave ad acuto sulla "i" di Rio e ho trovato l'Hotel Santa Cruz che ho fotografato e inserito anche su Google Earth (vedi il link più sotto). Questa città, solo venti anni fa, contava circa 40.000 abitanti e oggi li ha raddoppiati. Vi è moltissimo gas e petrolio e il governo argentino incentiva chi vuole trasferirsi in quelle terre sterminate. Vi sono moltissimi impiegati statali e militari. La città è bellissima, con strade e marciapiedi e negozi come se stessimo in Umbria. Negli hotel (ho scoperto che ce ne sono molti) è disponibile Internet broadband wireless gratuita. Si mangia molto bene (le bistecche argentine sono famose in tutto il mondo) e si spende quasi nulla.
Quando mi recavo in un posto nuovo e mi chiedevano un documento, la domanda era di rito: "Parente del grande Discepolo?". In effetti sì, un mio avo era il famoso "Discepolin", uno dei maggiori tangheri della storia dell'Argentina. Del resto non ci si può sbagliare perché circa 200 anni fa vi erano solo una ventina di Discepolo, in tutta Italia, che vivevano nella provincia di Avellino.
Avrei preferito visitare la Patagonia e la Terra del Fuego nella loro estate, ma da un po' di anni a questa parte sto facendo una scorpacciata di temperature polari.
Sono luoghi incontaminati, per centinaia e migliaia di chilometri. Ho scoperto un paio di cose: molti vengono dal Cile, e spesso perché lì li stanno cercando. Il tassista che mi accompagnava dall'aeroporto al centro di Buenos Aires mi disse che suo nonno era veneto (l'autista aveva la mia età) ed era venuto a fare fortuna lì (non gli volli dire che forse, restando in Veneto, oggi vivrebbe molto meglio che guidando un'auto vecchia di venti anni). Tutti gli argentini che ho incontrato mi hanno detto che si organizzano con voli speciali, vengono in Italia, e in un paio di giorni ottengono la cittadinanza italiana (anche se sono di terza generazione argentina). Non sono riuscito a farmi dire che vantaggi ne traggono, ma penso che faccia parte di un "pacchetto" omaggio che il senatore argentino ha ricevuto in cambio dell'appoggio a una parte dello schieramento politico italiano.
Ciro Discepolo
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Il link delle foto è sempre lo stesso:
www.solarreturns.com/images/viaggi/viaggi1.pdf

giovedì 27 dicembre 2007

Viaggiare in compagnia


celeste, negli ultimi hanni, ha perso il lavoro e non soltanto quello. È una persona in gamba, laureata, molto qualificata, ma - come si sa - oggi questo non è particolarmente utile per trovare un impiego.
Ella ama l'astrologia e anche i viaggi e sarebbe disposta ad accompagnare, come lavoro, coloro che rinunciano a partire perché non trovano chi li accompagni nel viaggio di compleanno.
Le ho detto di mandarmi un suo scritto con l'annuncio che pubblico volentieri qui.
Ciro Discepolo
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Per piu' di 10 anni ho lavorato nell'area della gestione del personale curando la selezione e la formazione del personale stesso, ma dopo la chiusura dell'azienda (avvenuta nel 2005) non ho piu' trovato una collocazione stabile.
Evidentemente mi piacerebbe continuare con il mio lavoro in qualunque parte del globo (per cui sono disponibile a trasferimenti anche all'estero).
Ma nell'intanto sono disponibile anche a ricoprire altre mansioni.
E tra le varie cose, dato che sono ormai abituata a viaggiare, (anche grazie a te) mi rendo disponibile a fare da guida/accompagnatrice turistica a chi volesse fare il suo viaggio di compleanno con qualcuno al seguito per maggiore tranquillità.
celeste200712@gmail.com

mercoledì 26 dicembre 2007

Idee per viaggiatori


Vorrei trasmettervi poche idee relative ad alcuni tipi di viaggi e mi attendo altrettante idee da voi. In questi giorni mi trovo a Monaco di Baviera, sempre stupenda anche se gelida (la foto è di ieri mattina in Marienplatz).
Dunque, qui in Germania, ma credo anche in mezzo mondo, dalle 15 del 24 dicembre e fino alle 9.30 di domani 27 dicembre, il Paese ha chiuso: letteralmente, se si escludono 3-4 Mc Donald’s aperti poi è quasi impossibile trovare anche un bar o un ristorante frequentabile.
Allora, dopo avere fatto un bel giro a piedi per la città e avere ammirato, ancora una volta, tante meravigliose chiese ed edifici pubblici, dopo avere respirato tanta aria buona, dopo avere fatto il giro con il bus turistico a due piani dove il freddo interno è maggiore di quello esterno, apparentemente l’unica alternativa era quella di tornare in hotel dove le stanze sono ad una temperatura tropicale ed è impossibile restare lì più di poche ore.
Mi è venuta un’idea ed stata vincente. Passo molte volte all’anno dall’aeroporto di Monaco, sicuramente uno dei più grandi e belli del mondo, diretto altrove. Allora ho preso il bus cittadino e mi sono recato lì dove esistono decine di eccellenti ristoranti e i negozi, per fare un po’ di shopping, sono tutti aperti. Anche l’area non protetta, fuori della zona di massima sicurezza, è vastissima e contiene tutto quello che desiderate. Ma, volendo, con un’altra spesa non elevata, potete entrare anche nella suddetta area protetta: come? Comprando, per esempio, il più economico dei biglietti Ryanair o simili, a circa 20 euro. In questo modo avete accesso alla zona passeggeri e lì davvero trovate una città dove girare una giornata intera senza stancarvi e con tutti i negozi aperti.
Ciro Discepolo
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martedì 25 dicembre 2007

Un compleanno che si potrebbe chiamare Natale


Maria Tiziana Lemme è una brava collega de Il Mattino, a mio avviso ingiustamente penalizzata in un giudizio di separazione nel quale, in un primo tempo, si è vista “portare via” la sua bimba di pochi anni. Ho sofferto con lei (perché la leggevo come una ingiustizia terribile) questa triste vicenda. Maria Tiziana non voleva partire per il compleanno mirato, prima perché era scettica e poi perché vi erano difficoltà oggettive enormi (trovarsi in un punto del deserto egiziano lontano da qualsiasi città; andare lì nei giorni di festività nazionali in cui il transito è interdetto agli stranieri; trovare chi fosse disposto ad accompagnarla…). Non desidero aggiungere altro. Leggete la magia di questo compleanno, promessa, nei simboli, di ciò che sarebbe accaduto pochi giorni dopo: Maria Tiziana ha riabbracciato la sua bimba e hanno dormito tutta la notte strette l’una all’altra, come ad evitare di perdersi nuovamente…
Ciro Discepolo
www.solarreturns.com
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Caro Ciro,

l’angoscia che avverto dalle tue parole (era deceduta da poco mia sorella Rosanna) inibisce l’entusiasmo del mio racconto del compleanno portato a termine.

In sintesi ti dico: tutto bene. Ma ora che scrivo, credo che forse ti darà soddisfazione conoscere qualche dettaglio. Io spero ti possa rincuorare.

Ristabilendo vicinanza dopo i saluti cordiali, graditissimi, che da te

ricevo.

Venerdì sera: ancora nel dubbio della partenza, ero in giro con l’automobile per servizi, la radio accesa. Dico in me: se adesso dalla radio esce la parola Egitto, partirò, altrimenti no. Non passa un minuto che... “L’ultimo accordo firmato tra l’Italia e l’Egitto riguarda...”. Continuo a guidare speranzosa, e scettica.

Sabato mattina, vado di buon’ora all’aeroporto, mica sicura di partire.

Ebbene, non solo riesco a farlo, ma anche a un prezzo ben inferiore a quello (già conveniente per le mie esigenze) che mi avevano prospettato e che potevo affrontare.

Sull’aereo: davanti a me sento la voce di un viaggiatore che, prima della partenza, telefona a qualcuno. Dalle sue parole capisco che vive, o comunque “è di stanza” al Cairo. Lascio passare del tempo poi l’avvicino, gli dico cosa devo fare (condendo il tutto con un reportage che devo scrivere su un tale esperimento) e se conosce qualcuno fidato che può accompagnarmi. Caccio cartine e coordinate: è un geologo che vive anche al Cairo, e s’entusiasma.

Vorrebbe accompagnarmi lui, l’idea di ricercare un luogo lo entusiasma, glielo leggo, ma è tornato apposta da Londra per un incontro l’indomani con una società egiziana petrolifera, già rimandato... Arrivati all’aeroporto del Cairo mi “accompagna per mano” fino a quando non entro in una macchina per arrivare in albergo. Sono frastornata.

Il tempo di arrivare, entrare nella camera, ricevere la telefonata del

geologo che vuole assicurarsi del mio arrivo, e sono già a parlare con colui che dovrebbe procurarmi auto e autista. Ha un viso che mi ispira fiducia, “da bravo ragazzo”: ovviamente si entusiasma (anche lui, ed è la terza volta che uso questo verbo in poche righe) all’idea, lui abituato a portare turisti alle Piramidi, nei soliti giri, insomma. Con una contrattazione chiedo e ottengo che sia lui ad accompagnarmi: parla bene l’inglese, l’avevo visto in faccia, e gli dico chiaramente che volevo essere, in questa avventura, assolutamente tranquilla, essendo sola e di sesso femminile.

Lui, Ahmed si chiama, comprende.

Scelgo di cenare, tra i cinque del ristorante, in uno. Ah: il Nilo era di

fronte a me, proprio. Appena oltre la strada da attraversare (sembrava, per il traffico, via Caracciolo). Mi segue nella scelta un cameriere al quale ero stata ‘raccomandata’ dal tipo delle automobili. Mi vengono le lacrime agli occhi, seduta al tavolo. Tutti gentili, complimentosi. Io pensavo a mia figlia, a come avrei voluto farle vedere tutto.

Finisco di cenare, col tipo dell’automobile facciamo ricerche in Internet: gli do conferma del punto ove andare. Ebbene, il cameriere che mi aveva seguita era proprio di quelle parti!!! Di Minya. Ci abbozza una cartina più dettagliata. È zona desertica, con bivi, strade a stento segnalate, conosciute da chi le abita.

Domenica, 23, partiamo presto. Attraversiamo il deserto su una superstrada che mi donerà il silenzio e colori netti, il cielo mi sembrava il mare che si aspetta oltre la sabbia. Attraversiamo in 280 km cinque posti di blocco militari, giriamo, voltiamo, chiediamo (chiede) alle persone direzione, attraversiamo strade sterrate, e gente ai bordi delle strade, miseri mercati con due arance in vendita e nonostante tutto tanta vita: bambini, uomini e donne sui muli, o chini nel lavoro ai campi, nonostante fosse domenica, e l’ultima giornata della “festa del sacrificio”.

Alle 10,40 arriviamo nel luogo calcolato sì empiricamente (senza palmare): si chiama Abo Sidhom Samalut, governariato di Minya, sulle sponde del fiume Elyoussfi. Ahmed ferma la macchina davanti all’unica chiesa cristiano-ortodossa nel giro di centinaia di chilometri (la moschea attaccata). Era appena terminata la messa, i cristiani del villaggio, poverissimo, neanche l’acqua nelle case, erano lì. Scendo dalla macchina. Mi guardo intorno, mi sento nello stesso tempo nel luogo e fuori luogo. Non porto orologio, ma sono certa che alle 10,58 è passato davanti a me quel camioncino che, passandomi davanti, ha acceso in quel momento un “amplificatore” (probabilmente un rudimentale megafono) che prima di far uscire dal microfono la voce del venditore ha lanciato sìbili e gracchìi.

Forse, anzi per me è certo, era il segno che cercavo.

Che cosa fare? Entriamo nella chiesa, nel suo atrio, a destra la cappella, ci sono le donne sugli scranni e una, a testa scoperta, sul pulpito. Entro dentro un attimo, esco per vergogna e per rispetto: distraevo. Cosa fare? Al fiume altre donne lavavano i panni. Chiedo il permesso di fare fotografie.

Si viene a sapere che sono giornalista, dico io a Ahmed di dirlo, di rassicurarli: non sono una spia dei fondamentalisti. Comincio a chiedere informazioni: il nome del villaggio, il numero degli abitanti... tutti si aspettano qualcosa e soprattutto il prete-pope, che da lontano guarda, tutto vestito di nero ma con una faccia aperta. Faccio una breve e buona intervista -inglese tradotto in arabo a sua volta tradotto in inglese-anche perché sempre di più mi viene voglia di raccontare di questo luogo, dove la gente vive per poter mangiare e basta, sconosciuto: di saperne di più. Sapevo che a Minya c’è la sede di una Associazione, Save the Children, - quando ho acquistato la cartina dell’Egitto, alla Feltrinelli International a Roma, davanti all’ingresso c’erano due ragazzi che, in rappresentanza di questa istituzione rilasciavano volantini, e non mi curai affatto di loro - gemellata con Roma.

Poi accade qualcosa. Uscita dalla ‘sacrestia’ vengo letteralmente circondata da tutti -tutti- i bambini. Si stringono attorno a me in cerchio, io non ho lo spazio di un passo. Qualcuno, ricordando gli insegnamenti della scuola e volendoli applicare mi chiede What’s your name? E io rispondo. Non mi lasciano camminare: sono la novità. Un altro: What’s your name? E io rispondo, e gioco con loro, rido, ridiamo insieme e li guardo negli occhi e gli occhi mi traballano, e poi accade che il mio nome viene pronunciato, ridetto, a voce bassa, a voce alta, Maria, Maria, e io mi sento una merda per un attimo perché fuori e dentro un luogo, poi mi sento nel mio luogo, sento il potere addosso, e con un gesto dico a questa folla di innocenti andiamo di là, dove c’era lo spiazzo per i giochi, l’altalena lo scivolo.

Volevo disperderli, distrarli, allontanarli dall’immagine che avevano di me, unica e sola forestiera capitata lì. Ma le altalene avevano catene e catenacci, e non potevano usarle, e lo scivolo... non ci pensava affatto a usarlo. Mi prendevano le mani, le bambine, e il mio nome risuonava dalle loro bocche sorridenti che mi dicevano I love you, e poi, quando tutto stava per finire ecco che un bambino lo dice per intero, il mio nome, mi inorgoglisce, mi sento felice, e atterrata perché il suo io riesco a stento a dirlo. Infine rientro (rientriamo) in auto per tornare. I bimbi lanciano baci e saluti con la mano fino a che la macchina non si è allontanata.

Ora mi fermo, e ti aspetto (1).

Ti abbraccio

Maria Tiziana

1 Io e l’Autrice siamo stati d’accordo a stampare la versione di getto dell’email inviatami subito dopo questo compleanno davvero straordinario.