venerdì 9 novembre 2007

Invito a partecipare

Vorrei che questo fosse il nostro blog e non solo il mio. Nostro di chi ama l’Astrologia con la A maiuscola e, soprattutto, l’Astrologia Previsionale e l’Astrologia Attiva. In tal senso potreste, come mi avete scritto tantissime volte, raccontare le vostre esperienze di studio e di viaggio, postando anche racconti nello spazio dedicato ai commenti.Inizio io con un racconto ispirato, liberamente, a una storia vera seguita a un compleanno mirato.
Leggerò molto volentieri le vostre storie, i vostri racconti e le vostre osservazioni su questa disciplina che amiamo tanto e che troppo spesso viene bistrattata.
Ciro


Oslo - Nerano: viaggio di solo andata



Era giunta con il volo SK1634 delle 15.45, atterrato con la consueta superefficienza teutonica alle 15.27. Kirsten si guardò intorno e si sentì a casa, ancora una volta, nel modernissimo aeroporto di Gardermoen, Oslo. In ogni angolo, anche il più piccolo dello stesso, si poteva toccare con mano il concetto di efficienza nordica, ma anche quello di civiltà, di rigore, di funzionalità, di presenza dello Stato, di ordine. In giro non si vedeva un solo poliziotto in tutta l’area grandissima del piano stradale. Entrò un momento nella toilette delle donne per rimettersi in ordine e ritrovò quei fantastici lavabi di legno massiccio e di acciaio che le mancavano tanto quando era all’estero. Quasi automaticamente si avviò al banco della SAS Airport Bus e acquistò un biglietto per arrivare in centro: 80 corone norvegesi. Prendere un taxi era davvero un lusso inutile con un servizio perfetto come quello che assicurava un bus ogni 15 minuti, dalle 4.05 del mattino. Da loro, pensò ancora una volta Kirsten, l’affollamento non esisteva. Il grosso mezzo era proprio davanti all’uscita della sezione arrivi internazionali dell’aeroporto, in un luogo pensato per offrire il massimo comfort al viaggiatore che poteva lasciare in loco il carrello dei bagagli. Quando le porte automatiche dell’aeroporto si furono chiuse alle sue spalle avvertì immediatamente l’aria fredda che la investì sul viso, prima che altrove, e le ricordò che da loro metà ottobre è assai diverso che nel resto del mondo. Salì sul mezzo modernissimo, obliterò il piccolo titolo di viaggio e si sedette dove più le piacque: l’interno era occupato da non più di quindici persone. Nessuno la guardò e probabilmente nessuno si accorse che era salita a bordo. Il sole, vuoi per l’orario legale estivo, vuoi per la latitudine geografica di Oslo e vuoi per il mese, era ancora molto alto nel cielo, rispetto al punto di mezzogiorno, ma la sua relativamente elevata declinazione non corrispondeva a un’altrettanto significativa temperatura che invece seguiva le leggi quasi assolute della latitudine geografica di questo lembo settentrionalissimo del mondo civilizzato. Quando i pistoni idraulici dello sportello d’ingresso dell’automezzo fecero udire il loro frastuono, il bus si mosse, senza che alcuno avesse nel frattempo fiatato. I più leggevano un libro, eretti e rigidi rispetto allo schienale, un paio di giovani ascoltavano musica attraverso un auricolare, una donna anziana dormiva in modo composto e silenzioso. Tutto a posto, tutto in ordine, pensò l’ingegnere Kirsten, come noi norvegesi ci aspettiamo che sia. Il pullman si diresse a sud, ma lei si accorse che stava viaggiando verso est, in quell’incanto di stretta lingua di asfalto che si snoda tra Sorrento e Nerano, attraversando luoghi incantevoli sospesi tra il mare e la collina completamente ricoperta da un mantello di olivi pronti per la raccolta dei propri frutti. Era con Enzo, ed erano i primi giorni di ottobre, come ogni anno da cinque, ormai. Prendevano il vettore della Sita alla stazione della Circumvesuviana di Sorrento ed era sempre un’avventura: gli orari quasi mai corrispondevano con quelli stampati e indovinare il capolinea era quasi una lotteria. Ogni volta il mezzo parcheggiava in un luogo diverso nel raggio di una settantina di metri dalle scale della stazione. Una calca incredibile di gente, di ogni tipo, si spostava velocemente a ogni arrivo di una nuova macchina per informarsi se era quella giusta. Adesso, però, alla sua destra scorreva la terza fila dell’autostrada che da Gardermoen porta al centro di Oslo, un’autostrada che di notte è illuminata a giorno: un lampione ogni cinquanta metri, da un lato e dall’altro della strada. Ora era di nuovo con Enzo, mano nella mano, e gli pneumatici del pesante mezzo mordevano un asfalto consunto e irregolare per vincere la forte pendenza nel tratto tra Massa Lubrense e Marciano. Lo spettacolo, all’altezza della Punta della Campanella, con Capri sullo sfondo, era di quelli che ti tolgono il respiro! Poi, giù per la discesa ripida che porta alla Marina del Cantone in una esplosione di verde e di viola e di fucsia delle bouganvillee che trovano ogni varco possibile in mezzo agli olivi sotto i quali sono già state dispiegate le reti per la prossima battitura. Quel breve tragitto, della durata praticamente uguale all’altro di quell’istante, lo ripeteva ogni volta con la speranza che non finisse mai: un incanto di natura, di vita, di sensazioni irripetibili. E poi c’era Enzo. Sulla spiaggia del Lido Mary ai primi di ottobre era tutto più bello: il sole era ancora assai caldo e l’affollamento quasi inesistente per quei luoghi. Un leggero rallentamento del veicolo le rammentò che non era a Nerano, ma nella sua altrettanto amatissima Norvegia, e le ricordò anche che doveva prendere una decisione, come aveva promesso al suo uomo: tornare da lui o decidere di restare per sempre a casa. Scegliere tra l’amore, la vita, una natura meravigliosa e ineguagliabile, con tanti problemi di vita quotidiana, riguardanti cose irrazionali e inconcepibili per una scandinava, o restare nella fredda civiltà di una nazione perfetta dove ogni cosa funziona come deve funzionare e dove non esistono neanche le zanzare. Ancora una volta godé di quel sole radiante che le dorava la pelle bianchissima e delicata. Il profumo del mare le penetrava fortemente nelle narici e si mischiava agli odori robusti di tante pietanze deliziose cucinate nei diversi ristoranti affacciati sulla spiaggia, troppo vicini alla spiaggia… Il bagno, poi, immergendosi in un’acqua non pulitissima ma ancora fruibile rispetto al degrado ambientale planetario e provare quella piacevolissima sensazione di fresco dopo ore di abbronzatura stesi come lucertole pietrificate o ammaliate dall’astro che dona la vita.
Di nuovo il fischio dei pistoni idraulici l’avvertì che si trovava alla sua fermata, davanti al Radisson SAS Scandinavia Hotel, a due passi da casa sua: 47 minuti per 47 chilometri, come era scritto – senza enfasi – su ogni guida turistica locale e come l’autista aveva rispettato senza produrre alcuno sforzo particolare. Scese e nessuno se ne accorse o parve accorgersene. Il suo pensiero tornò alla Marina del Cantone e al pasto intorno alle quindici, da Maria Grazia, su quel semplice ma impareggiabile rettangolo di legno eretto direttamente sul mare, a gustare una squisita pezzogna alla brace e poi a godersi dell’uva ghiacciata in una sospensione totale di pensieri, di affanni e di scadenze da rispettare. Aprì la porta di casa e le luci si accesero automaticamente rievocandole i vantaggi di una perfetta climatizzazione e insonorizzazione in un appartamento studiato in ogni più piccolo dettaglio da architetti capaci e intelligenti. Doveva dare una risposta a Enzo. Si lasciò cadere sul divano e con la tastiera cordless sulle gambe si collegò alla rete riferendosi alle immagini dell’enorme schermo piatto da parete. Entrò nel link delle webcam e scelse, ovviamente, quella corrispondente a Nerano. In tempo reale fu di nuovo alla Marina del Cantone. La sua superlinea in fibre ottiche, a 10 megabit al secondo, le rimandò lo scenario fatato di sempre: una barca si allontanava dal pontile, un raggio di sole obliquo produceva riflessi dorati sull’acqua, dei gabbiani volavano bassi. Deciderò domani, pensò Kirsten.

6 commenti:

Ciro Discepolo ha detto...

Vorrei raccontarvi brevemente il viaggio che feci a Kulusuk, Groenlandia, pochi anni fa, e che certamente è stato uno dei più suggestivi della mia vita.
Giunsi all’aeroporto di Reykjavík nel pomeriggio tardi di una giornata di poco precedente la metà di luglio. Nonostante la latitudine geografica elevata della capitale islandese, l’ora legale estiva, e l’orario non troppo tardo, regnava quasi un buio totale perché era in corso una forte pioggia, mista a neve, sotto un cielo di nuvole assai scure. Sono stato due volte in Islanda e da quelle parti la cosa non è affatto strana. Raggiunsi con un bus il centro, davvero graziosissimo, della piccola città e presi alloggio in un hotel dove mi assegnarono una stanza singola che affacciava proprio sopra il piccolo aeroporto dei voli domestici da dove sarei ripartito, la mattina dopo, per la Groenlandia. Infatti il giorno dopo mi recai in pochi minuti al mio punto di check-in in quello che più che un aeroporto sembrava essere la stazioncina di una funivia. Il tempo era splendido e il sole illuminava generosamente la pista e la città, pur lasciando la temperatura a livelli piuttosto bassi.
Abituato agl’immensi aeroporti di tutti i continenti, quel piccolo rettangolo di asfalto mi comunicava un senso di raccolta, di concentrazione condivisa solo con poche altre persone. Il piccolo Fokker era già lì che attendeva i pochi passeggeri per decollare. Là per là ebbi la sensazione di avere sbagliato volo perché su dodici passeggeri dieci erano cinesi, ma poi realizzai che ormai è così in ogni parte del mondo e salii tranquillo al mio posto.
L’Islanda e la Groenlandia viste dall’alto offrono uno spettacolo mozzafiato, soprattutto nelle belle giornate estive. Anche il mare ha un colore a volte turchino, a volte verde nelle varie tonalità, abbastanza diverso da quello che si può ammirare in altre parti del pianeta.
Non ricordo il tempo esatto della sorvolata, ma fu abbastanza breve e, appena iniziammo a sorvolare la Groenlandia, mi apparvero i magici paesaggi che avevo ammirato in un film che ogni tanto rivedo volentieri: Il senso di Smilla per la neve, di Bille August e con l’affascinante Julia Ormond. Qui, però, a differenza dell’Islanda che sta proprio di fronte, la natura geologica era completamente diversa: pianeggiante ed erbosa la prima, densissimamente montuosa e ghiacciata la seconda. Una fila interminabile di guglie si estendeva sotto di noi e si aveva l’impressione di sorvolare tanti pini appuntiti e completamente ricoperti dal ghiaccio, ma in realtà erano tutte vette ghiacciate di monti in una insolita densità.
Se l’aeroporto dei voli domestici di Reykjavík poteva assomigliare alla stanzioncina di una funivia, quello di Kulusuk era poco più di un bar, un rifugio per alpinisti.
Una volta a terra assaggiai, con piacere, l’aria fredda sul viso. Eravamo pochi gradi sopra lo zero, ma senza vento e con un cielo senza nuvole.
A Kulusuk giungono solo tre tipi di turisti. I cinesi, naturalmente, che vanno un po’ in giro a fotografare tutto, anche i cani, e poi ripartono con il volo del pomeriggio o di qualche ora più tardi. Gli sportivi vanno lì per raggiungere, in elicottero, vette molto alte e con discese per sciatori superesperti. Infine si trovano diverse persone anziane, quasi tutte danesi (la Groenlandia fa parte della Danimarca) che si recano laggiù per godere di un riposo davvero impareggiabile, come avrei scoperto di lì a poco.
Naturalmente arrivano lì anche i viaggiatori del compleanno mirato che ho inviato io o i miei colleghi.
Ero giunto con i soliti tre-quattro giorni di anticipo sulla data del genetliaco, onde evitare possibili imprevisti che non ci furono. Un ragazzo di sangue misto (credo a metà inuit e a metà europeo), dall’aria sveglissima (pensai subito che avesse forti valori Gemelli) era il gestore dell’ “Hotel”, una baracca prefabbricata, piuttosto fatiscente e decadente, ma che rappresentava già un piccolo miracolo in un luogo dove riuscii a contare, nei giorni di permanenza, non più di una trentina di indigeni, inuit, e una quarantina di cani aski.
Si poneva subito un problema, per me: il collegamento a Internet. Non posso permettermi, infatti, di restare per giorni senza rispondere alla posta, dato che mi giungono dalle cinquanta alle ottanta email al giorno, escludendo lo spam, e, se io rimandassi la lettura delle stesse, mi ritroverei, dopo pochi giorni, centinaia di lettere a cui rispondere. La situazione appariva abbastanza drammatica perché lì non funzionavano telefoni cellulari e né vi era un “business center” dell’hotel. Ebbi una buona idea. Chiesi al ragazzo, che penso fosse l’unico a parlare inglese in tutto il villaggio, se era disposto a clonarmi, dietro compenso, il suo account di collegamento a Internet e a farmi usare lo stesso per i giorni che restavo lì. Il giovane accettò subito e in pochi minuti mi collegai e depositai anche una mia foto davanti a un iceberg sul mio sito per condividerla con amici e parenti.
La stanza era molto piccola, piccolissima, e il bagno pressoché inesistente, ma in compenso la finestra era uno “sballo”: mi permetteva di guardare, anche grazie all’assoluta mancanza di foschia, per un raggio di circa 180 gradi davanti e intorno a me e per una profondità di centinaia di chilometri.
Sotto la mia finestra, a pochi metri da me, galleggiavano tre o quattro iceberg.
Fu, però, soltanto dopo cena che potei cogliere tutta la magia di quel luogo: era passata da molto tempo la mezzanotte e il sole era sempre alto dietro le montagne. Davanti a me si presentava uno spettacolo indimenticabile, una specie di tramonto in un paesaggio che sembrava lunare e in una condizione di silenzio assoluto, totale, che mi avrebbe accompagnato per alcuni giorni.
Ecco, se dovessi dire perché tornerei volentieri a Kulusuk, direi per il silenzio, il disinquinamento acustico pressoché totale che non ricordo di avere mai provato prima e che forse non proverò mai più in futuro.
Ciro

Lucia ha detto...

Raccogliendo l'invito di Ciro vi racconto la mia RSM 2006: un compleanno "estremo" ad Akutan (Aleutian Islands - South Alaska).

Guardando la mia Rivoluzione Solare 2006 mi ero accorta subito che ci sarebbero stati decisamente un bel po' di chilometri da fare per metterci rimedio.
Io abito a Genova e se avessi trascorso a casa il giorno del mio compleanno (18 dicembre), l'aspetto del cielo al momento del return del Sole sulla posizione natale sarebbe stato veramente terribile: sette pianeti concentrati tra casa 1a e casa 12a (tra i quali il Sole in 1a e Marte in 12a!) e l’Ascendente di Rivoluzione in 1a casa natale..
Non restava altra scelta che spostarsi, anzi occorreva fuggire gambe in spalla.
Dopo aver tentato varie insoddisfacenti soluzioni (ogni anno si ripete la stessa scena: faccio calcoli su calcoli, in pratica ridomifico la RS su tutto il pianeta, poi verso giugno finisco con lanciare un SOS a Ciro), mi affidai come al solito all'illuminato parere del maestro.
Il responso lasciò anche me, che pure ho già fatto parecchi lunghi viaggi, un tantinello preoccupata: Akutan (latitudine 54° 08' N - longitudine 165° 46' W), una delle Isole Aleutine ovvero Sud dell'Alaska.
La RSM, se trascorsa ad Akutan presentava però un deciso miglioramento: via gli stellium dalla 1a e dalla 12a (adesso collocati in 5a), Venere in sesta e l'ascendente di rivoluzione in 9a natale.
Che cosa chiedere di più alla vita?
Occorreva quindi darsi da fare per organizzare il viaggio.

Il primo step fu una ricerca in Internet per rinverdire le mie conoscenze geografiche e per documentarsi un po' meglio sul luogo da raggiungere.
Appurai così che l’Arcipelago delle Aleutine è situato a sud-ovest dell'Alaska e separa l'Oceano Pacifico settentrionale dal mare di Bering. E' il prolungamento, in gran parte sommerso, dell'omonima catena montuosa, ha origine vulcanica (la stessa Akutan ospita un vulcano) e si estende per circa 1.800 km in direzione della penisola di Kamčatka.
Queste isole sono in buona parte abitate da popolazioni originarie: gli Alutiiq, da cui il nome Aleutine, cui si sono aggiunti gli americani statunitensi, tutti legati al mondo ittico (pesca, industria di trasformazione e inscatolamento, commercio), perché lì il mare è tra i più pescosi del mondo.
La zona è fortemente sismica e il movimento tellurico subacqueo crea “onde anomale”, che danno luogo a violenti maremoti o tsunami. Tra gli tsunami particolarmente significativi avvenuti negli ultimi cinquanta anni è annoverato quello che il 1° aprile 1946 colpì l'Alaska e le isole Hawaii.
Un violentissimo terremoto (di magnitudo Richter 7.1) con epicentro nelle Isole Aleutine innescò infatti uno tsunami che colpì anzitutto l'Alaska, ma raggiunse, 5 ore più tardi, le isole Hawaii, distanti 4.500 chilometri. Il massimo runup misurato fu di 16,8 metri a Pololu Valley (Big Island), con onde che, in alcune aree, penetrarono per quasi un chilometro nella terraferma.
Le isole Aleutine, hanno avuto inoltre un altro triste momento di celebrità, quando nel 1942 furono attaccate dai Giapponesi e ferocemente bombardate per distogliere gli Americani da quello che poi invece sarebbe stato l’obiettivo primario dell’attacco: le Midway Islands.

Il secondo step fu visitare in Internet i siti di alcune agenzie di viaggio virtuali per capire qual’era la rotta area da seguire per arrivare ad Akutan: Genova – Chicago via Milano, poi Chicago – Anchorage (che è il punto di passaggio obbligato per raggiungere le varie località dell’Alaska); a seguire Anchorage – Dutch Harbour (principale porto ed aeroporto delle East Aleutian) e da Dutch Harbour imbarco per Akutan.
Distanza da coprire: 15.000 chilometri circa… chilometro più, chilometro meno; non proprio una passeggiata, ma qualsiasi cosa mi sembrò meglio che trascorrere un anno nato a Genova sotto quelle così infauste configurazioni astrali.

Il terzo step fu recarsi dalla mia Agenzia di viaggi di fiducia, Misha Travel, dove pur non essendo nuovi a richieste particolari da parte mia, ebbero un attimo di perplessità quando udirono la meta del mio viaggio.
“Akutan? E dov'è?”.
Io, che conosco ormai i miei polli, esibii subito le cartine geografiche, sciorinai i planning di volo e recitai i numeri di telefono/fax dell'unico albergo esistente sull'isola.
Seguì l'obiezione di rito: “Ma come, in Alaska? In inverno?”... obiezione che mi sento sempre sollevare ad ogni compleanno, visto che compio gli anni il 18 dicembre e che mi capitano puntualmente posti freddi, quando non mi tocca anche superare il Circolo Polare Artico, come nel 2004.
Avendola rassicurata sulla fermezza del mio intendimento (e sulla mia salute mentale) e avendole anche ricordato che le motivazioni della scelta non erano di natura turistica, ma di natura astrologica, la fida Arianna si mise al lavoro e debbo dire con buoni risultati, visto poi lo svolgimento del viaggio.

Il quarto step: fu richiedere in Questura il passaporto elettronico. Nonostante avessi una precedente versione del passaporto, in corso di validità, avevo infatti saputo che questa più moderna tipologia (in emissione dal 26/10/2006 e dotata di microchip contenente foto ed informazioni anagrafiche) poteva facilitare l'ingresso negli States.

Ogni ostacolo fu prodemente by-passato, biglietti aerei e prenotazioni furono ritirati, micio Belial e i mei 4 pennutelli furono affidati a tata Leonor, e finalmente …..partenza!
Il return del Sole sulla posizione natale era previsto per il 18 dicembre alle ore 5,59 T.U., corrispondenti alle ore 20,59 del 17 dicembre ad Akutan.
Su consiglio di Ciro avevo fissato la partenza per il 14 dicembre (con arrivo in zona nel pomeriggio - ora locale - del 15 dicembre), in modo da avere la possibilità, se il maltempo mi avesse costretto a fermarmi in qualche aeroporto, di ritentare e di arrivare comunque in tempo utile.
Ma non c'è stato per fortuna nessun intoppo e, superato anche l'interrogatorio, all' aeroporto di Chicago, di una fin troppo solerte impiegata della dogana (che non soddisfatta di avermi fotografato e di avermi preso l'impronta del dito indice destro e sinistro, volle anche vedere il biglietto di ritorno, temendo forse che volessi trasferirmi in Alaska), sono giunta in aereo a Dutch Harbor, penultima tappa del mio viaggio.
Mancavano così solo 40 miglia, da percorrere a bordo del mitico Grumman G-21 Goose, un velivolo anfibio.
Ah! Avevo dimenticato di dire infatti che ad Akutan non ci sono piste d'atterraggio né tantomeno aeroporto: l'isoletta è raggiungibile quindi solo via mare o a mezzo di idrovolante o elicottero.... e non sempre! Talora infatti, durante i mesi invernali, l'altezza delle onde può limitare l'accessibilità
L'esperienza fatta in questo ultimo tratto di viaggio giustificò da sola, a mio parere, il prezzo totale dei biglietti.
Che cos'è intanto il Grumman Goose?
E' un idrovolante a scafo centrale che ha alle spalle una storia di tutto rispetto: costruito dalla Grumman Aircraft Engineering Corporation, un'azienda leader nella produzione di velivoli militari e civili (che divenne famosa durante la IIa Guerra Mondiale per gli aerei da combattimento F24F Wildcat e F26F Hellcat e più tardi per aver realizzato il Modulo Lunare Apollo, protagonista del primo allunaggio umano nel 1969), fu adoperato dalla Marina Militare Americana e da quella Canadese in azioni di trasporto, ricognizione e salvataggio e da quella Inglese per compiti di soccorso aero-marino.
Fu proprio mentre lavorava per la RAF durante la IIa Guerra Mondiale, che il Grumman G-21 ricevette il soprannome Goose (“oca”).
Dopo la guerra, tornò al servizio civile sia nel clima inospitale dell'Alaska che in quello soleggiato della Catalina Island.
E così a Dutch Harbor salii su questo 5 posti della PenAir, carico di storia, ma anche di posta, pacchi, viveri e varie, il cui pilota è davvero un tuttofare: prima di partire infatti fa da solo rifornimento di carburante, imbarca le varie innanzi descritte, distribuisce i tappi anti-rumore e biascica in un inglese a lui solo comprensibile le norme di safety on board.
Con buona pace di coloro che avevano cercato di distogliermi dal viaggio, paventando tsunami e tempeste di neve, al momento del decollo (come peraltro al ritorno) registrammo tempo bellissimo, con brezza leggera e mare appena increspato.
Perfino io, che soffro di vertigini e che evito, se posso, di guardare di sotto quando sono in aereo, potei apprezzare la bellezza di questo scarno paesaggio: terre brulle ricoperte di neve e immerse nell'azzurro dell'acqua.
Indiscutibile inoltre la bravura del pilota, che avvicina il velivolo al porticciolo di Akutan con larghi giri concentrici, ammara, percorre a mò di motoscafo gli ultimi metri e conclude poi salendo per mezzo del carrello sulla terraferma (in fase di decollo effettua invece la rincorsa sull'acqua).
Prima di scendere mi sembrò il minimo andare a stringergli la mano. A terra mi attendeva un ragazzotto inviato dall’albergo presso il quale avevo prenotato, albergo che scoprii essere una casettina a due piani sulla riva del mare, all’interno della quale vengono affittati dei mini-appartamenti composti da soggiorno/cucina, bagno e camera da letto. Recuperato il mio scarno bagaglio mi avviai dietro di lui sul sentiero di legno (non vi sono strade asfaltate) ricoperto di neve; scoprii subito, leggendo un avviso all’inizio del paese, che gli abitanti del luogo sono 89 (anche qualcuno di meno, mi fu precisato) e nel breve tragitto fino al mio appartamento avevo già visto tutto: le case, l’Ufficio Postale e quello dello Sceriffo, la piccola Clinica, la Scuola, l’unico Store del villaggio, il camposanto e 2 chiese (una cattolica e una ortodossa).
E poi cani di grossa taglia a volontà (ogni volta che uscivo venivo accompagnata da almeno 5 o 6 di loro) che giocano sulla neve e, in quantità ancora maggiore, gatti di tutti i tipi.
Pare infatti che i pochi abitanti abbiano un gran numero di felini a testa (la ragazza della reception mi disse che la sua famiglia ne ha diciotto!!) e per una precisa ragione: siccome dall’altra parte dell’isola ha sede uno stabilimento della più grande fabbrica del Nord America per la lavorazione del pesce, la Trident Seafoods, abbondano i topi e quindi i gatti sono divenuti una necessità.
In verità durante la mia visita a questo importante stabilimento (che da lavoro a più di 300 persone, quasi tutte di provenienza esterna all’isola) non ne ho visto nemmeno uno (per fortuna): in compenso ho potuto ammirare i giganteschi corvi che stazionano in zona…. mai visti così grossi!
Meno male che sono più che tranquilli.
Che dire? Akutan non è certo una località turistica ed eccezion fatta per gli amanti della pesca che vi si recano in estate, non si può certo dire che abbia particolari attrattive!!! d’inverno poi… credo di essere stata a memoria d’uomo una delle pochissime, se non l’unica visitatrice straniera in questa stagione e proveniente in particolare dall’Italia… gli autoctoni si staranno chiedendo ancora cosa mi ha spinto lì!
Eppure vi assicuro che quei 3 giorni ad Akutan, in attesa che il return si compisse, sono volati: il primo l’ho passato a dormire per rimettermi dalla differenza di fuso orario (11 ore) e gli altri due ad andare in esplorazione di giorno e fare scorpacciate di film in inglese alla sera.
Una volta, durante uno dei miei giri, rispondendo ai miei “Micio, micio”, è sbucata da un nascondiglio una piccola gatta grigia tigratina, col pelo corto ma folto, da neve. Doveva avere veramente tanta fame, perché mi ha seguito miagolando fino al mio appartamento: tra riso bollito e pesce in scatola si è spazzolata un piatto di roba, poi si è accomodata sul divano e mi ha gratificato con leccatine, musatine, fusa e ogni genere di affettuosità.
Da quel momento in avanti si è presentata con regolarità a colazione, pranzo e cena.
L’ultima mattina, quando stavo per partire, ho accarezzato l’idea di portarla via con me: non sapevo tuttavia come fare, non avevo idea se fosse di qualcuno o quali certificati veterinari fossero necessari per farla uscire dagli States ed entrare in Italia.
Così, temendo di essere inseguita da un mandato di cattura internazionale per abigeato o di doverla poi abbandonare in qualche aeroporto, l’ho lasciata lì a casa sua, sulla sua isola, ma con grandissimo rammarico.
Ecco Akutan sarà sempre questo nel mio ricordo: il silenzio assoluto, la purezza dell’aria, la piccola gatta tigratina nella neve….la cordialità della gente del posto con i suoi "hallo" ad ogni incontro per strada e col suo "Came back soon, we wait for you this summer" di congedo.
Credereste che sul Goose al ritorno mi veniva da piangere?
Il resto è stata ordinaria amministrazione: ancora una sosta di tre giorni a Chicago (che non avevo mai visitato) per le compere natalizie nella Michigan Avenue e poi il rimpatrio.

Perché ho voluto raccontare di questa mia rivoluzione solare mirata?
Non è stata la prima, non sarà l’ultima, ma è ad oggi quella che mi ha dato maggiormente la prova, se mai ne avessi avuto bisogno, che non c’è distanza o ostacolo che non possano essere superati, se si ha davvero intenzione di cambiare l’anno che verrà…. e soprattutto che anche una meta scelta secondo criteri esclusivamente astrologici può riservare piacevoli sorprese.
Good bye Akutan, thank you for your hospitality.

Grazie a chi avrà avuto la pazienza di leggere il mio post e un augurio speciale a Ciro per il suo blog.
Lucia

Marco Celada ha detto...

Ascendente in dodicesima casa e Sole in sesta; così si presentava la RS di madre e a breve io avrò il transito di Saturno nella mia decima natale;
questi tre dati sono ampiamente sufficienti per tentare di convincere mia madre a non fare il compleanno a Varese dove abita; l'unica soluzione era verificare se il luogo dove io mi recavo per il compleanno potesse andare bene anche per mamma; siamo infatti nati io il giorno 8 e mamma il giorno 7; inoltre quest’anno il nostro compleanno avveniva a poche ore di distanza e la destinazione scelta per me, cioè Bildudalur (Islanda) era accettabile anche per mamma o meglio, confrontata con Varese era ottima; in effetti alcune case di RS di mamma sono strettissime ma ho deciso ugualmente di proporle il viaggio; mia mamma non conosce l'astrologia ma dopo 14 anni che assiste ai miei spostamenti e non solo ai miei, forse ci crede e subito mi ha detto: "perchè se resto a Varese ..."; gli ho risposto: "mamma, quest'anno non ho voglia di andare da solo, mi devi accompagnare ed entrambi avremo un anno migliore; inoltre posso avere un buon prezzo per le prenotazioni"; risultato: è venuta volentieri, abbiamo fatto un'ottimo viaggio, abbiamo visitato Reykjavik, il bellissimo villaggio di Bildudalur, con il volo domestico Reykjavik-Bildudalur (di 11 posti) mamma mi ha sorpreso per la sua completa tranquillità, abbiamo festeggiato entrambi i compleanni (cenette con ottimo pesce), abbiamo visto Londra; spero tra un anno di dare un contributo all'interpretazione di RS con case strettissime ma in ogni caso aver evitato l'AS in dodicesima e Sole in sesta è stato comunque un bel regalo; mentre stavo atterrando a Bildudalur ho pensato a tutti gli amici astrologi e credetemi mi sono commosso.
Marco

luigi ha detto...

RSM A OSAKA/KYOTO

(Scrivo questo racconto sul mio viaggio a Osaka effettuato nella primavera scorsa, anche perchè spero di fornire utili informazioni a chi si dovesse recare laggiù.)

Rieccomi al consueto appuntamento annuale per il viaggio di rivoluzione, penso tra me, mentre sono nell'aeroporto Malpensa.
Quest'anno le stelle mi hanno destinato Osaka e benché in passato mi sia già recato in Giappone, a Nagoya e Tokio e quindi quel mondo non mi sia sconosciuto, parto con una certa trepidazione, un pò perchè questa destinazione inciderà sul mio prossimo anno e anche perchè ogni viaggio rappresenta pur sempre un'esperienza di vita, soprattutto quando ci si reca in un luogo così lontano e diverso dall'Italia.
Si parte, dunque, assieme alla mia compagna Paola: Milano - Helsinki e da qui coincidenza per Osaka .
Il viaggio l'ho programmato direttamente via internet, un pò per risparmiare qualcosa sulla spesa e anche perchè la cosa, in fondo, mi diverte.
Per il trasferimento ho scelto la compagnia aerea Finnair sia per il prezzo favorevole (circa 750 euro, prenotando con molto anticipo), sia perchè spostarsi con una compagnia nordica si ha garanzia d'efficienza e puntualità.
Il viaggio si dimostra, ovviamente lunghissimo; 12 ore di volo effettivo a cui bisogna aggiungere il tempo d'attesa tra un aereo e l'altro e i trasferimenti da e per gli aeroporti... insomma si rimane in ballo per quasi 24 ore.
Giungiamo all'aeroporto di Osaka nella mattinata seguente combinati come stracci, anche per la differenza di 8 ore di fuso orario col Giappone. L'aeroporto Kansai international , uno dei più trafficati al mondo, ha la particolarità di sorgere su un'isola artificiale, al largo della baia di Osaka ed è collegata alla terraferma da un lungo ponte. Progettato dall'architetto italiano Renzo Piano è considerata, giustamente, un'impresa colossale. Ho letto da qualche parte che la sua realizzazione è risultata una fra le opere più costose nella storia dell'umanità. Fa una certa impressione camminare in aeroporto e pensare che tutto galleggia e sotto i piedi c'è il mare...
Per il trasferimento in città è meglio servirsi dello Shuttle bus che sosta nei principali hotel con una spesa di circa 30 euro a persona. I taxi per percorrere quel tratto di strada sono costosissimi e, se possibile, è meglio lasciarli perdere, anche perchè il bus è molto confortevole e pulito.
Se vi recate in Giappone sappiate che il costo dei trasporti, anche con gli efficientissimi treni, inciderà notevolmente nel vostro budget e quindi è consigliabile pianificare al meglio il loro utilizzo, per non subire un salasso economico.
Purtroppo il servizio con la fermata al mio hotel viene effettuato nel pomeriggio e perciò decidiamo di farci trasportare sino al capolinea del percorso, presso l'hotel Miyako (90 minuti di viaggio) che si trova poco lontano dal mio punto finale d'arrivo. Prendo poi un taxi che in una quindicina di minuti (20 euro) mi deposita finalmente al New Otani.
L'hotel, come promesso, risulta essere lussuosissimo, maestoso e si trova proprio a ridosso del parco e del Castello di Osaka, ex dimora imperiale. Negli anni passati è pure entrato nella classifica mondiale fra i migliori hotel.
E' primavera, i mandorli sono in fiore e dalla grande vetrata della camera, di misure generosissime al contrario delle solite camere standard, godo di una vista spettacolare della città, con Castello e parco in primo piano. Insomma una cosa da sogno. Si, va bene, direte voi, ma quanto costa tutto ciò? 105 euro a notte per una matrimoniale! Sembra incredibile per un hotel di questo livello soprattutto in Giappone dove i prezzi sovente sono salatissimi.
Quando vidi l'offerta su Expedia l'acchiappai al volo e , giunto sul posto, capii di aver fatto un ottimo affare. La posizione dell'albergo non è centralissima e rimane un pò ai margini della città, ma ha il vantaggio di essere in una zona tranquilla e silenziosa soprattutto la notte. La fermata della metropolitana, poi,è proprio lì accanto e in pochi minuti si giunge velocemente in ogni quartiere.
Fate attenzione ad usare la metropolitana perchè il sistema di pagamento è come per i nostri treni; più il tragitto è lungo e più paghi. Entrando nella stazione bisogna quindi,una volta individuata la linea di cui ci si vuole servire (facilmente riconoscibile grazie ai codici colore delle diverse linee) indicare alla macchinetta automatica, da cui bisogna prelevare il ticket, la fermata di destinazione e apparirà a video la spesa del tragitto. Una volta inserite le corrispettive monete vi viene fornito il biglietto che non dovrete assolutamente buttare prima dell'arrivo, perchè all'uscita bisognerà inserirlo nuovamente in una seconda macchinetta, con sbarrapersone, per il controllo. La cosa in un primo momento può apparire complicata, ma una volta compreso il meccanismo si viaggia agevolmente per la città. La frequenza dei treni è notevolissima, quattro cinque minuti uno dall'altro e la puntualità assoluta. Pensando ai medesimi servizi in Italia, viene da sorridere... Il sistema dei trasporti urbani di Osaka è completato poi da una linea ferroviaria (chiamata JR) che compie un cerchio attorno alla metropoli e funziona con lo stesso sistema della metropolitana.
La città è la terza del Giappone e durante il secondo conflitto mondiale venne gravemente danneggiata dai bombardamenti degli Alleati e oggi possiede pochi referti storici ed è piena, invece, di vertiginosi grattacieli e costruzioni modernissime, tipiche dei luoghi prevalentemente industriali e commerciali, ovviamente avanzati. Una volta constatato e accettato questo, si rivela una bella città, molto efficiente e pulita. Una cosa, insomma, che ci si aspetta dall'organizzazione nipponica.
La visita al Castello e al parco adiacente, in cui scorre il fiume del luogo (di cui non ricordo il nome complicatissimo) è stata rilassante e piacevole. Era una domenica e suoi prati circostanti il Castello, numerosi giapponesi con famiglie godevano di un picnic e molti di loro pure dormivano all'ombra delle grosse piante. Pare che questo radunarsi attorno al Castello sia una tradizione locale nei giorni festivi.
Namba è il cuore della vecchia città ed è il quartiere dei divertimenti e dello shopping, fitta di pub, bar, karaoke nonché di numerosi ristoranti per tutte le tasche e moltissimi negozi di elettronica. Qui si ritrova tutto il caos del secolo in cui viviamo, e, a chi piace questo, potrà trarne un grande piacere.
Nel mio girovagare per la città ho sostato, incuriosito, nei pressi della stazione ferroviaria di fronte a un micro-albergo che viene definito "capsula" per le ridottissime misure di quelle che non so se si possano definire camere. Gli alloggiamenti per dormire consistono, infatti in cubicoli di plastica dalla misura di 2x1,5 m. in cui c'è ogni tipo di confort: con un tocco di interruttore si può azionare la luce, o l'aria condizionata, una tv e via discorrendo. Questa sistemazione, tipo loculo, sarebbe destinata agli uomini d'affari che non desiderano rientrare al proprio domicilio, magari distante, solo per riposare. Il costo dell'alloggiamento ammonta attorno ai 25, o più euro, per notte. Evidentemente la mancanza di spazio in Giappone è esasperata.
I giapponesi, come già sapevo, sono molto cortesi e desiderosi di aiutare il turista in difficoltà. Basta sostare all'angolo di una strada con una mappa in mano e subito qualcuno, statene certi, si avvicina e dopo sorrisi ed inchini (pare uno stereotipo ma succede proprio così) vi viene in soccorso.
Il problema della lingua quando si gira per la città, può, invece, creare qualche fastidio, ma basta essere un momentino accorti nell'interpellare le persone giuste (moltissimi giovani parlano l'inglese) e tutto si risolve positivamente.
Allo sportello informazioni nella hall dell'hotel ci consigliano di visitare il complesso Universal Studios, nei pressi del porto marittimo che è considerata un'attrazione turistica imperdibile. Il giorno dopo ci rechiamo, dunque, agli Studios cambiando tre linee della metropolitana. Il luogo si rivela un parco divertimenti, una specie di Disney World orientale. Le attrazioni sono ispirate ai film dei celebri case cinematografiche americane, si va da Ritorno al Futuro allo Squalo, da Terminator e Jurassic Park ecc. Per ogni attrazione ci sono negozi che vendono gadget correlati che spesso si rivelano le solite cianfrusaglie. Per entrare nel vero e proprio parco divertimenti c'è una lunghissima coda agli sportelli e decidiamo di lasciar perdere, perchè la visita ci interessa relativamente e anche perchè solo per accedere chiedono la bellezza dell'equivalente di 40 di euro a testa. In compenso, in una Steak House, Paola mangia una buonissima New York con patate e io mi gusto un prelibato piatto di pesce.
Osaka è tradizionalmente considerata la "cucina del Paese" o la "capitale della buona tavola" del Giappone e dicono che un cuoco internazionale, per essere considerato super, deve aver lavorato in un grande ristorante della città.
C'è un detto giapponese che pressappoco suona così: a Osaka ci si può rovinare per una cena e a Kyoto per un kimono.
Io i grandi ristoranti di Osaka non li ho frequentati, ma col cibo mi sono comunque trovato benissimo. Alla spalle del nostro hotel c'era il palazzo della Panasonic in cui su un piano è un susseguirsi di piccoli ristoranti con cucina di ogni nazione, a prezzi ragionevoli. Alcune volte ho frequentato un locale, "Papà
Francesco" o qualcosa di simile, il cui gestore è, naturalmente, di origine italiana, dove ho mangiato degli spaghetti favolosi. La sera del mio compleanno, invece, ho voluto strafare e abbiamo cenato, benissimo, al self service dell'hotel Otani. Anche la cucina giapponese può essere gradevole, se non ci si pone troppe domande su quanto si sta mangiando... e poi, come ultima risorsa, ci si può rivolgere ai soliti Mc Donald's,o similari, presenti ad ogni angolo del centro cittadino. Insomma, a Osaka non muori certo di fame...

Ci si può recare a Osaka senza visitare Kyoto? Assolutamente no! scrivono tutte le guide turistiche.
E allora andiamo a Kyoto! Il mattino seguente ci viene a prelevare di fronte all'albergo un pulmino per l'escursione giornaliera e ci deposita alla stazione ferroviaria, punto di raduno dei turisti, dove ci attende la nostra guida giapponese che quando apprende che siamo italiani pare andar fuori di testa e ci elenca le meraviglie del nostro paese che ha avuto occasione di visitare. Mezz'ora è il tempo che il treno impiega per percorrere i 50 km. che dividono le due località. Purtroppo piove.
Kyoto si rivela subito un luogo sicuramente molto più a misura d'uomo di Osaka, perchè pur non mancando i grattacieli e la soffocante presenza dei complessi commerciali sia anche qui marcata, alcune zone della città sono ancora formate da minuscoli fabbricati con l'architettura vecchio stile, con adiacenti piccoli giardini con la ghiaia rastrellata a mano, come vuole la tradizione giapponese. Inoltre la presenza di tanti piccoli negozietti per la vendita al dettaglio, fa pensare, che sia favorito un contatto umano meno freddo e distaccato di Osaka. S'avverte un'atmosfera più rilassata e serena rispetto all'altra città. A Kyoto, ex capitale imperiale per molti secoli, esistono centinaia di templi e giardini e il nostro tour prevede la visita di alcuni di questi. Gli amanti dell'arte nipponica potranno trarre, credo, il massimo del godimento estetico dalla visita dei templi e captare l'atmosfera particolarmente mistica che vi aleggia, mentre dalla frequentazione dei celeberrimi giardini emerge che la loro bellezza è di molto superiore a quella che si può rilevare da una semplice visione fotografica o da riprese televisive. Essi sono curati in maniera maniacale e si ha l'impressione che il tempo si sia fermato e che ogni cosa si trovi al posto giusto. Le parole non sono sufficienti per comunicare la magnificenza di questi luoghi e penso che la loro fama sia strameritata. La visita giornaliera della città è stata affrettata e incompleta, per mancanza di tempo, ma basta, comunque, a rendere almeno un'idea del posto. I giudizi esposti sopra bisogna quindi considerarli solo come impressioni e sensazioni che colsi durante quella breve visita e non come giudizi assoluti e definitivi.
Tra una visita e l'altra Paola, pur rapita dalla bellezza di quanto visitato (insegna architettura al liceo artistico di Brera e nel viaggio mi sono state assai preziose le sue spiegazioni) ha avuto modo di scovare, in un negozio di souvenir, una bellissima borsa formata da diversi pezze di stoffa di kimoni ed è felice come una ragazzina.

Domani si parte e sono assalito da una grande mestizia per la consapevolezza che sta per finire una bella esperienza. La settimana di viaggio è terminata.
Ciao Giappone


Saluti a tutti
Luigi Galli.


Link che possono risultare utili per organizzare il viaggio:

http://www.finnair.com/finnaircom/wps/portal/finnair/kcxml/04_Sj9SPykssy0xPLMnMz0vM0Y_QjzKL944PNgPJgFjOnvqRyCIu8c7ecBFfj_zcVP2gzJJ4zxB9b_0A_YLc0IhyR0dFAChh2wQ!/delta/base64xml/L3dJdyEvd0ZNQUFzQUMvNElVRS82X1NfM003
Finnair

http://www.kansai-airport.or.jp:80/en/index.asp
Aeroporto Kansay International

http://www.okkbus.co.jp/eng/
Shuttle Bus da e per l'aeroporto

http://www.osaka.newotani.co.jp/english/
New Otani Hotel

http://www.japan-travel-guide.de/japanosaka.html
http://www.city.osaka.jp/english/
http://www.johomaps.com/as/japan/osaka/osakametro.html - (Metropolitana)
Link su Osaka

Infine ricordo che nel sito "Viaggiare in compagnia" : http://www.cirodiscepolo.it:80/inviaggio.asp?indice=1%20 è possibile pubblicare un'inserzione per cercare un'eventuale compagno di viaggio per la RSM.

Ciro Discepolo ha detto...

A mio parere si tratta di racconti emozionanti e interessanti. Grazie. Spero di leggerne molti altri e do anche il benvenuto a Pasquale Iacuvelle e a Emanuela che non ha bisogno di presentazioni.
Trovo il racconto di Luigi importante anche per un motivo particolare: come abbiamo affermato più volte, e come si dimostra qui con oggettivi dati di fatto, un compleanno in Giappone può costare, se progettato bene, meno di una settimana bianca. Vi esorto, inoltre, a cercare di vivere questa esperienza da soli: sia per motivi economici e sia perché il viaggio è anche sinonimo di avventura (soprattutto in senso mentale).

paola ha detto...

Vorrei che tutti potessero vivere le bellissime esperienze che con i viaggi ho vissuto. E un grazie grande a Ciro che è il fautore di tali esperienze. ne ho tanti viaggi Nuova Zelanda per ben due volte , India ,Brasilia,Polinesia , e non solo ho fatto anche accompagnatrice alle amiche quindi: Mosca ,Kazachistan ,Azzorre ,Madrid, ma il viaggio che porto nel mio cuore è Invercangill Nuova Zelanda. Non cè giorno che io non sia alla ricerca di quel cielo incontaminato di un blu e con delle nuvole ovattate di bianco che ti sembrava di passare tra di loro , e poi la cosa sconvolgente il tramonto (io per nove giorni mi svegliavo alle 5 del mattino per vederlo )i colori mi davano una emozione unica e ora ve li descrivo iniziavano con il viola, poi pian piano veniva più rosa e violetta ,e un passaggio di un unico rosso fuoco per poi vedere il bleu indimenticabile. Ma la cosa interessante sono state le persone uniche , mi hanno accolto con tanta gentilezza e umiltà tutti per la strada salutavano e li vedevi gentili e disponibili ad aiutarti al primo problema senza mai chiedere nulla , un giorno ero andata al supermarcket per acquistare il cibo (visto che mi avevano affittato un appartamentino in un motel ) e quando stavo per uscire visto che avevo tre borse pesanti e due km. da fare a piedi il responsabile mi ha detto : impossibile che lei possa uscire e portare tutto questo peso la portiamo noi al suo motel . Be non penso ci siano commenti da fare , visto che da noi non accadrebbe mai tale gentilezza e disponibiltà. Grazie Ciro di permetterci di raccontare le nostre esperienze. Alla prossima vi racconterò dell esperienza in Kazachistan esperienza da far fare a chi non sa soffrire. un saluto Paola