venerdì 14 dicembre 2007

Sull'esorcizzazione dei simboli




Quasi quotidianamente ricevo un po’ di lettere in cui mi vengono richiesti maggiori ragguagli o esempi relativamente al discorso “esorcizzazione del simbolo”. Vi racconterò, allora, questo esempio concreto che tentai di porre in pratica durante il mio compleanno 2006 a Petropavlovsk, nella Kamchatka. Naturalmente non mi preoccupa l’eventuale giudizio negativo di chi non conosce l’argomento di cui si parla, come quando, una volta, diversi anni fa, un collega rideva di quanto avevo scritto nel capitolo “Il valore aggiunto” di un mio libro: ma come poteva, lui, capire di cosa avevo scritto se non aveva neanche letto, mai, un solo libro di Jung?A giugno 2006 mi trovavo sulla meravigliosa terrazza dei giardini pubblici di Piano di Sorrento, insieme a tanti amici e colleghi, per il nostro convegno informale di giugno. Parlavamo di astrologia e intanto ci godevamo un meraviglioso sole che per qualche ora interruppe il cattivo tempo di quei giorni. Annunciai il mio proposito di farmi arrestare durante il viaggio a Petropavlovsk, subito dopo il compleanno e spiegai i motivi di ciò.
A dire il vero la cosa non mi preoccupava più di tanto perché dalla claustrofobia dei vent’anni all’attuale serenità interiore mi sembra che siano trascorsi secoli…
La questione è presto detta. Quell’anno avevo, nel cielo di RS, una posizione ravvicinata di Marte e di Saturno. Per le ragioni che ho esposto molte volte e che non credo sia il caso di ripetere, sono convinto che questa coppia occorra posizionarla solamente in nona o in terza Casa. Nel 2006 si poteva piazzare solamente in nona, a Petropavlovsk, appunto. Ma ciò sarebbe servito solo a risolvere la prima parte del problema, non la seconda: dare a questa congiunzione le cose importanti che mi avrebbe chiesto durante l’anno e che – mi sembra – siano più o meno tutte descritte nei miei testi.
Io pensai di darle qualcosa di grosso, subito dopo il compleanno e nel posto peggiore dove si possa pagare un simile debito, ma non ci riuscii e pagai diversamente.
Prima di ciò, però, desidero raccontarvi le ore appena precedenti il compleanno: ricordate che i simboli sono potentissimi e, se imparate a leggerli, vi possono dire tante cose.
Se ricordo bene, dieci minuti prima delle 17 scattava il mio compleanno.
Erano quattro giorni che non mangiavo perché effettivamente il cibo, lì, metteva a dura prova chiunque. Ma non me ne facevo un problema perché ogni tanto pratico dei digiuni di tre-quattro giorni per disintossicarmi. Tuttavia il giorno del mio compleanno desideravo concedermi almeno un pasto decente e chiesi alla mia guida, una ragazza di meno di vent’anni che dichiarava di parlare l’inglese, quale fosse il migliore ristorante di Petropavlovsk. Costei mi rispose, nel suo stentatissimo inglese, che non le risultava esistessero ristoranti in quella città (che non è per nulla piccola). E io insistetti: “Quando tu e il tuo fidanzato festeggiate qualcosa, in quale ristorante vi recate a cena?”. “Ma io non sono mai stata in un ristorante…”. Perfetto, anzi malissimo. Le chiesi di telefonare a un po’ di amici e dopo alcune chiamate ebbe una indicazione. Mi feci scrivere su di un foglio di carta il nome e l’indirizzo del locale. La mia idea era di andare lì verso le 15, in modo da rientrare in albergo prima delle 16.50, mio compleanno, quando il mio nuovo cielo di return mi avrebbe calato, da un minuto all’altro, in “territorio nemico” dove sarebbero potute accadere cose spiacevoli per me.
Fu così che mi recai lì con un taxi. Al piano terra di un edificio anonimo, con un paio di scritte in cirillico sui muri esterni, non c’era anima viva e salii le uniche scale presenti in quei locali. Lì trovai una sala enorme che poteva essere un ristorante o qualcosa del genere. Lo spazio si sprecava e vi erano anche non meno di dodici ragazze, assai giovani, con divisa da cameriere. Mi sedetti a uno dei tavoli ed ero il solo avventore. Ho notato che in molti posti della Russia, pur essendo cambiato il regime, è rimasta la regola di dare un lavoro a tutti, anche se l’impresa è fortemente in perdita (chi paga non saprei dirlo).
Nessuno parlava neanche una sola parola di inglese o di una lingua diversa dal siberiano. Mi portarono un foglio sgualcito con su cinque righe scritte in russo e che io immaginai fosse il menu. Chiesi un menu internazionale e mi fecero segno che non esisteva. Feci per andarmene, ma quasi mi pregarono di restare e si agitarono più d’una per trovare una soluzione che giunse dopo una decina di minuti: mi riportarono lo stesso foglio dove, a fianco di ogni scritta russa, avevano aggiunto a macchina “with vegetables”.
Mi alzai e chiesi un taxi. Seguì una scena abbastanza pietosa di queste ragazze che tentarono, a gesti, in tutti i modi, di convincermi a desistere, ma la cosa era troppo pericolosa e io fui irremovibile. Alla fine, seppure molto contrariate, mi chiamarono il taxi.
Il conducente di questa macchina vecchissima e praticamente senza ammortizzatori, appena partiti, sembrava una persona normale, ma fatti pochi metri si mise a correre come se si trovasse a Maranello: prendeva curve ad angolo retto ad alta velocità, sulla strada sterrata, e io pensai, dato che l’ora del compleanno si avvicinava, che forse così avrebbero ricordato il mio viaggio al confine con l’Alaska.
Non so come giunsi a quello che enfaticamente chiamavano Hotel Petropavlovsk, ma che sembrava più il braccio D di San Vittore o di Regina Coeli.
Decisi che, comunque, mi meritavo un pasto e chiesi due uova fritte (l’unica cosa a mio giudizio commestibile lì) e – volli strafare – anche una birra!
Avevo un grande orologio a muro proprio di fronte a me e si avvicinavano le 16.50: osservavo con attenzione perché ero certo che i simboli si sarebbero manifestati immediatamente.
E così fu.
Alle 16.45 mi portarono quanto avevo chiesto e, alle 16.50, mentre mangiavo, una delle cameriere (qui parlavano inglese) mi disse che dovevano chiudere e, senza neanche lasciarmi il tempo di replicare, mi tolse il piatto e il bicchiere e diede inizio al mio return in territorio “ostile”.
Giungiamo, così, alla mattina seguente quando cercai di farmi arrestare. Il mio piano era assai semplice e lo avevo illustrato in anticipo agli amici, a Sorrento. Ricordo che più d’uno mi sconsigliò, ma a me sembrava una cosa giusta da fare e tentai.
Nei due-tre giorni precedenti avevo comprato un tagliaunghie molto grosso, quasi un coltello, e lo nascosi in una tasta sotto il ginocchio sinistro dei jeans, chiuso a mezzo di una lampo.
Passai sotto il metal detector e, con mia grande meraviglia, la macchina non diede alcun segnale di allarme. La combinazione tra il fatto che si trattava di un arnese metallico abbastanza grosso e l’evidenza del particolare che lo avevo nascosto, mi sembravano motivi validi per farmi passare almeno un paio di notti al fresco. Invece nulla.
Allora pensai che a Mosca non l’avrei fatta franca perché lì ci sono dai tre ai quattro controlli di seguito. Niente da fare: li superai tutti senza neanche il minimo campanellino!
Non mi restava che Monaco, ma lì non mi serviva perché non penso mi avrebbero messo al fresco e poi perché le carceri tedesche sono pressappoco come una buona pensione italiana.
Infatti a Monaco il campanellino suonò e il poliziotto mi passò la paletta lungo il corpo. Giunto sotto il ginocchio sinistro si irrigidì. Passò la paletta una seconda volta e s’irrigidì di nuovo. Poi fece un gesto come per dire “Quanto sono stupido!” e mi lasciò andare: pensò che fosse il metallo della chiusura lampo…
A parte due litigate in volo tra Petropavlovsk e Mosca e tra Mosca e Monaco, con altri passeggeri, non ci fu altro, ma durante l’anno, tra le varie cose che accaddero, ci fu anche quella, prevista e temuta da me, di dover accompagnare un familiare all’estero per un intervento chirurgico.

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