giovedì 16 agosto 2012

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Traduit de l’italien par Claudine GALTIERI





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Sempre a proposito del discorso Astrologia&Epistemologia, ecco diversi spunti tratti dalla prefazione del mio libro I Fondamenti dell’Astrologia Medica, Armenia Editore, Milano:





I medici, sul loro stemma (il caduceo), hanno scritto Arte Medica e non Scienza Medica. Personalmente trovo che ciò nobiliti la medicina e non che la svilisca. Prendiamo il caso di un medico “misuratore”. Una volta mi feci visitare da un oculista che, per molti versi, avremmo potuto definire “scientifico” al mille per mille. Io lamentavo una secchezza agli occhi. Egli mi visitò con degli strumenti di precisione, cronometrò dei tempi, consultò delle tabelle e – alla fine – dichiarò che il mio valore di secchezza oculare era … e che quindi stavo bene. Successivamente mi feci visitare da una dottoressa, anche lei oculista ma “meno scientifica”, a cui non parlai del mio problema. Ella mi visitò anche con degli strumenti, ma mi fece soprattutto diverse domande sulla mia vita, il mio lavoro, le mie abitudini alimentari e sembrava quasi che volesse psicoanalizzarmi quando, infine, concluse che avevo un problema di secchezza agli occhi e che era bene per me applicare delle gocce, oltre che seguire dei protocolli terapeutici e preventivi relativi a tale lieve patologia.
Interessante, no?
Secondo voi, un medico dovrebbe essere uno scienziato che conosca alla perfezione l’uso della strumentazione e di tutto quanto è stato scoperto e provato in laboratorio o, per la nostra salute, sarebbe preferibile che egli fosse più vicino, come concezione generale del suo lavoro, a un medico come il grande Antonio Cardarelli, che osservava moltissimo, interrogava altrettanto e, parlando molto poco, formulava le sue diagnosi (quasi sempre esatte)? In altre parole, vi darebbe più fiducia un medico dotato di un’attrezzatura informatica portatile o un altro che abbia buone conoscenze di psicologia, sociologia, letteratura e che abbia interessi nel campo delle politiche agricole, delle cronache relative al problema dell’inquinamento, al maltrattamento degli animali, alle ricerche antiche sulla memoria dell’acqua, alle scoperte che contribuiscono a validare l’astrologia e via dicendo?
Ecco, come dice un importante professore universitario di medicina, mio amico, uomo dalla formidabile cultura classica e dai mille interessi in ogni settore, il cosiddetto scienziato di oggi, altro non è, nella stragrande maggioranza dei casi, che un tecnico.
Allora il paradosso potrebbe proprio essere il fatto che, rispettando l’esatta etimologia della parola, un tecnico dei nostri giorni, mosso da una grande passione per la conoscenza, assai più di uno scienziato, potrebbe davvero incarnare lo spirito di Platone che affermava: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”. 
Per dirla con le parole di un grande, possiamo citare Martin Heidegger (Lettera sull’umanesimo): “L’uomo dell’era atomica potrebbe trovarsi, sgomento e inerme, in balia dell’inarrestabile strapotere della tecnica, e ciò accadrà senz’altro se l’uomo di oggi rinuncia a gettare in campo, in questo gioco decisivo, il pensiero meditante contro il pensiero puramente calcolante”. 
Siamo giunti, così, esattamente dove intendevo giungere: al discorso sul “radiotecnico” che qui vorrei approfondire abbastanza, per poi ritornare alla medicina e quindi alle ragioni che mi hanno spinto a scrivere il libro di astrologia medica che vi apprestate a consultare o a studiare.
Per approfondire il discorso del “radiotecnico” (“… io cerco di agire, in astrologia, come un radiotecnico che sa, cambiando la valvola, che la radio si metterà a funzionare, nonostante il fisico che mi sta di fronte mi dica che ciò non è possibile…”) credo che l’esempio più interessante che si possa produrre sia quello del calabrone e della sua presunta impossibilità di volare. Detta in poche parole, la cosa sta più o meno in questi termini: ogni studente di ingegneria aeronautica, nei libri di meccanica del volo, ha studiato che il calabrone non può volare. Infatti la sua forma tozza, il peso specifico eccessivo in rapporto alla larghezza delle ali e tutto l’insieme della sua struttura fisica si oppongono alla possibilità che esso possa alzarsi dal suolo e volare. Il calabrone non lo sa e vola lo stesso. (1)
Meraviglioso, non è vero?
Vediamo, allora, se qualcuno è stato in grado di dire queste stesse cose in una forma più alta di sapere e di cultura in senso lato. Interessantissimo, per l’argomento in oggetto, è – a mio avviso – il testo dello storico della scienza Alexandre Koyré, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione (2). Leggiamo insieme qualche breve passaggio del testo, precisando che questo gigante della filosofia della scienza, nel suddetto libro, affronta soprattutto l’argomento della scienza e della tecnica, chiedendosi, tra le altre cose, come mai la scienza degli antichi greci sia rimasta, per così dire, ibernata per diversi secoli prima di trovare delle applicazioni pratiche e utili all’uomo. Notiamo i passaggi che più ci interessano lungo il versante del discorso “radiotecnico”.
“… In un saggio pubblicato in questa stessa sede ho sostenuto che non si trova soluzione soddisfacente al problema del macchinismo considerato sotto il suo duplice aspetto: a) perché il macchinismo è nato nel secolo XVII?; perché non è nato venti secoli prima, e particolarmente in Grecia? …” (3)
“… Impresa paradossale poiché la realtà, quella della vita quotidiana in mezzo alla quale viviamo e stiamo, non è matematica. E neppure matematizzabile. Essa è il dominio del movente, dell’impreciso, del ‘più o meno’, del ‘pressappoco’. …” (4)
“… Che il pensiero tecnico del senso comune non dipenda dal pensiero scientifico, del quale però esso può assorbire gli elementi incorporabili nel senso comune, che esso possa svilupparsi, inventare, adattare antiche scoperte ai nuovi bisogni, ed anche fare scoperte nuove; che guidato e stimolato dall’esperienza e dall’azione, dai successi e dagli smacchi, possa trasformare le regole della techne, e possa anche creare e sviluppare sia gli utensili, sia le macchine; che con mezzi spesso rudimentali possa, grazie all’abilità di coloro che li usano, creare opere la cui perfezione (per non parlare della bellezza) supera di gran lunga i prodotti della tecnica scientifica (soprattutto ai suoi inizi), di tutto questo la storia del Medioevo ci fornisce una prova sorprendente. …” (5)
“… Ci si può tuttavia domandare se questa doppia carenza non si spieghi proprio con la mentalità caratteristica, con la struttura generale del ‘mondo del ‘pressappoco’. Ora, a questo riguardo, mi sembra che il caso dell’alchimia ci fornisca la risposta decisiva. In effetti, nel corso della sua esistenza millenaria, essa, sola fra le scienze delle cose terrestri, è riuscita a costituirsi un vocabolario, una notazione e anche un’attrezzatura, di cui la nostra chimica ha ricevuto e conservato l’eredità. Essa ha accumulato tesori di osservazione, ha compiuto migliaia di esperienze, ha anche fatto scoperte importanti. E tuttavia non è mai riuscita a fare un’esperienza precisa: questo, perché non l’ha mai tentato. Le descrizioni delle operazioni alchimistiche non hanno niente in comune con le formule dei nostri laboratori: sono ricette di cucina, imprecise, approssimative, qualitative come quelle. E non è l’impossibilità materiale di eseguire le misure che arresta l’alchimista; egli non se ne serve, anche quando le abbia a portata di mano. Non gli manca il termometro, ma l’idea che il calore sia suscettibile di misura esatta. Così egli si accontenta dei termini del senso comune: fuoco vivo, fuoco lento, ecc., e non si serve quasi affatto della bilancia. Eppure la bilancia esiste; anzi essa – quella degli orafi e dei gioiellieri – è relativamente precisa. È appunto questa la ragione per cui l’alchimista non ne fa uso. Se egli la usasse, sarebbe un chimico. Anzi: perché egli avesse l’idea di farne uso, bisognerebbe che egli già lo fosse. …” (6)
“… Ma a dire il vero Galileo non ne sapeva molto più di Vitellone: questo era però abbastanza perché, avendo concepito l’idea, sia stato capace di realizzarla. Inoltre nulla è più semplice di un telescopio, o almeno di un cannocchiale. Per realizzarli non c’è bisogno di nessuna scienza, né di lenti speciali, né dunque di tecniche specializzate. Due lenti da occhiali poste una dietro l’altra: ecco un cannocchiale [è, più o meno, quello che fa il ‘radiotecnico’ quando sostituisce la valvola alla radio, NdA]. Ora, per quanto stupefacente, inverosimile ciò appaia, per quattro secoli nessuno ha avuto l’idea di vedere che cosa sarebbe accaduto se, invece di servirsi di un paio di occhiali, se ne fossero adoperati simultaneamente due. In realtà il fabbricante di occhiali non era in nessun modo un ottico: era solo un artigiano. Ed egli non faceva uno strumento ottico: faceva un utensile. Così egli li fabbricava secondo le regole tradizionali del mestiere e non cercava altro. C’è una verità profonda nella tradizione – forse leggendaria – che attribuisce l’invenzione del primo cannocchiale al caso, al giuoco del figlioletto di un occhialaio olandese. …” (7)
“… Nulla ci rivelerà questa differenza fondamentale meglio della costruzione del telescopio da parte di Galileo. Mentre Lippertshey e gli Janssen, avendo scoperto per un caso fortunato la combinazione di vetri che forma il cannocchiale, si limitano ad apportare i perfezionamenti indispensabili e in un certo modo inevitabili (tubo, oculare mobile) ai loro occhiali rinforzati, Galileo, dal momento in cui riceve notizia degli occhiali da avvicinamento degli olandesi, ne costruisce la teoria. A partire da questa teoria, insufficiente senza dubbio, ma teoria pur sempre, egli spingendo sempre più lontano la precisione e la potenza dei suoi vetri, costruisce la serie dei suoi perspicilli che mettono davanti ai suoi occhi l’immensità del cielo. Gli occhiali olandesi non hanno fatto nulla di simile perché, appunto, non avevano quell’idea dello strumento che ispirava e guidava Galileo. Così il fine inseguito – ed attinto – da questo e da quelli era interamente diverso. La lente olandese è un apparecchio pratico: essa ci permette di vedere, a una distanza che supera quella della vista umana, ciò che le è accessibile a una distanza minore. Essa non va e non vuole andare al di là, e non è un caso se né gl’inventori, né gli utenti della lente olandese se ne sono serviti per guardare il cielo… [invece il ‘radiotecnico’ cambia la valvola per far funzionare la radio e, dopo la prima fase di passiva alfabetizzazione della propria “scienza” attraverso l’esperienza pratica, egli progredisce nelle sue conoscenze e crea un solco di esperienze teorico-pratiche che gli consentiranno di giungere – pur con le dovute differenze – al ‘cannocchiale di Galileo’].” (8)
Siamo giunti a un punto nodale che ci obbliga a fare un nuovo passo indietro, di migliaia di anni. Come ci hanno insegnato gli storici dell’astrologia (9), le prime testimonianze “scritte” di questa disciplina risalgono a circa 2800 anni prima di Cristo, in Mesopotamia: i sacerdoti astrologi/astronomi consigliavano al monarca dell’epoca di promulgare leggi che obbligassero i sudditi a cercare di concepire nel mese di luglio affinché nascessero molti Ariete che erano giudicati – a ragione – degli ottimi combattenti (allora la guerra era una cosa molto seria e di cui occorreva occuparsi quasi a tempo pieno). Ciò era basato sull’osservazione, da parte degli astrologi, della natura dei nati in Ariete. Essi non chiesero il viatico della statistica e neanche della scienza, lo constatarono e basta. La cosa funzionava.
Ritorniamo alla medicina. Essa, spesso, si serve della statistica, ma non sempre. Talvolta le sperimentazioni di determinati farmaci, creati allo scopo di curare malattie gravissime, vengono effettuate su poche decine di pazienti: se i medici stabiliscono che il principio attivo funziona e che – anche a distanza di tempo – non si registrano effetti collaterali assai dannosi per il paziente, allora il farmaco viene approvato. Senza il sigillo della scienza? No, senza sigilli esterni.
E finalmente (direte voi), veniamo a me e al mio libro. 
L’astrologia medica non è mai stata in cima ai miei pensieri, né di astrologo né di uomo. Ero e sono convinto che il migliore autore, in tale branca, dovrebbe essere innanzitutto un medico. Tuttavia, non potevo non ragionare sul fatto che nella mia esperienza di circa trentasei anni di studi e di ricerche, avevo tesaurizzato una messe impressionante (per me) di esperienze e di dati oggettivi, un patrimonio che rischiava di andare perduto se non mi fossi deciso a mettere nero su bianco tutto ciò che conoscevo in materia. Naturalmente sono conscio del fatto che il mio sapere, in tale settore, è un piccolissimo segmento di una linea infinita, e ciò nonostante – come potrete constatare direttamente studiando la vita dei vostri cari, di voi stessi e dei vostri conoscenti alla luce delle piccole/grandi verità che vi illustrerò - molte cose si possono affermare ben oltre la semplice ipotesi teorica.
La statistica, forse, potrà anche convalidare in seguito determinati item della mia astrologia medica (per esempio la mia statistica, condotta su migliaia di malati epatici gravi e presente nell’appendice di questo libro, fu limitata dalla mancanza delle ore di nascita nel campione considerato; ciò potrebbe avere reso povero, in senso statistico, il pur positivo risultato ottenuto, e in quel caso, se io avessi avuto a disposizione anche gli orari di nascita dei malati, avrei cercato non soltanto Giove in Sagittario, ma fortissimi valori Sagittario/nona Casa o un Giove dominante e leso o una sesta Casa in Sagittario, ecc.), ma per adesso penso già di poter affermare delle verità con sufficiente tranquillità e con onestà intellettuale. Decine di migliaia di casi esaminati, studiati con la brama del ricercatore e con l’aiuto di una formidabile memoria (10), mi hanno gettato in faccia delle evidenze in maniera così lampante che soltanto un cieco o uno studioso in cattiva fede potrebbe non riscontrarle nella sua pratica.
Prendiamo, ad esempio, il caso della cecità e della sordità: vi convincerete, non tanto con i miei esempi, ma con i vostri, che le posizioni astrali da me individuate corrispondono, nella quasi totalità dei casi, alle posizioni che effettivamente indicano tali patologie.
È vero, non in tutti i casi, e qui do ragione a un amico e a un collega che stimo molto quando egli scrive di difficoltà derivanti dalla multifattorialità di un sistema di analisi. Ma detta multifattorialità non ci deve congelare, ibernare nel pensiero e nelle azioni: noi segnaleremo che una determinata malattia è certamente visibile già nel cielo natale di un soggetto, anche se poi troveremo un caso su mille che non corrisponde e anche se tantissime malattie non riusciremo a “vederle” attraverso gli astri (come, del resto, non le vedono neanche i medici).
Vorrei anche aggiungere che il libro che state leggendo non può sostituire il medico in nessuna fase della possibile vita patologica di un essere umano: esso è rivolto soprattutto ai ricercatori, ai bravi colleghi astrologi e ai neofiti assetati di sapere. Nulla, naturalmente, ci vieterà di mettere in pratica gli insegnamenti del libro: se noteremo un pericolo per la vista di un bambino appena nato, potremo consigliare ai genitori di farlo visitare più spesso dall’oculista, ma non gli suggeriremo mai dei farmaci o delle terapie.
Desidero scrivere, ancora, che il presente testo si è ispirato tantissimo al magnifico saggio di André Barbault che è contenuto nella Postfazione del libro che, non a caso, prende il titolo da esso. Trovo che detto saggio sia un condensato di verità e di considerazioni così intelligenti che non mi era mai capitato prima di leggerne altrove.
Credo sia altrettanto imperativo, da parte mia, aggiungere che tale testo non ha la pretesa di essere esaustivo in materia e si ferma, volutamente, alle sole patologie di cui io abbia una grossa esperienza diretta: preferisco offrirvi un elenco “monco ma verificabile da parte di tutti” di voci, relative ad altrettante specifiche patologie, anziché un puro esercizio teorico indirizzato a una presunta completezza che si rivelerebbe del tutto non corrispondente alla realtà pratica della nostra esistenza.
Avrei da aggiungere tante cose ancora, ma si aprirebbero dei thread lunghissimi che forse meriteranno, invece, singoli e separati approfondimenti futuri.
Prima di chiudere sento, ancora, l’obbligo di ringraziare caldamente l’amico Lorenzo Vancheri che, con affetto e contemporanea totale assenza di indulgenza verso refusi di ogni genere, è il mio editor preferito, che mi aiuta, con consigli e osservazioni di grande valore, a migliorare la qualità delle mie opere.
Vorrei ringraziare, inoltre, l’amico Pino Valente (importante artista internazionale nonché eccellente informatico) che mi ha aiutato a “confezionare” soprattutto graficamente questo prodotto con i bellissimi disegni (realizzati proprio da lui) dei temi natali che vengono quasi tutti dal mio archivio personale o da quello di Grazia Bordoni.

Ciro Discepolo
Napoli, 14 marzo 2005


Note:
(1) “Secondo i massimi esperti di aerodinamica, il volo del calabrone, dato il suo peso, la sua forma e le caratteristiche fisiche dell’aria, è impossibile. Eppure il calabrone vola.”
Anche se la scienza e i suoi impieghi tecnologici sono ripetutamente promossi dai media e ricevono un certo interesse di pubblico - soprattutto per i loro usi in campo medico e biologico - mai come negli ultimi decenni questo settore ha avuto così seri problemi d’immagine. Dimenticando che anche in questo caso si tratta di attività umane, e come tali soggette alle regole morali e sociali che la comunità decide di applicare attraverso l’impegno individuale e collettivo, molti tra coloro che si sentono a disagio con la scienza preferiscono rifugiarsi nella contrapposizione ideologica, oppure nella fuga in un passato mai esistito in cui tutto era in armonia con la natura. Si ripropone, in pratica, l’antica “reazione” romantica ottocentesca che vedeva nella natura qualcosa di buono a priori, la cui imitazione non era solamente sacrilega, ma anche un grave errore di presunzione.
Questo atteggiamento a volte traspare nelle conversazioni di tutti i giorni. Quante volte ci siamo sentiti rivolgere un’osservazione di questo tipo: “Perché la scienza, se è veramente quello che vuol far credere di essere, non è in grado di dare una spiegazione al fatto che un insetto così pesante e con ali così piccole come il calabrone riesce, nonostante tutto, a volare?”. 
Nessuno scienziato con un minimo di esperienza pratica si sognerebbe di predicare l’onnipotenza della sua disciplina, né di mettere in discussione l’ingegnosità dei risultati di una lunghissima evoluzione biologica negli organismi; anche perché, ovviamente, la contestazione è intesa principalmente come un elemento di riflessione morale. Personalmente, sono convinto che accuse di questo tipo siano fondamentalmente sbagliate: come ho detto sopra, la riflessione non dovrebbe rivolgersi verso la scienza “in sé” ma piuttosto verso chi la pratica, analizzando il suo grado di libertà, i condizionamenti che riceve e le sue possibilità di reagire e avere voce in capitolo. Per quanto riguarda il calabrone, non resta che affrontare la questione specifica: siamo proprio sicuri che gli scienziati non siano in grado di spiegare perché questo insetto è in grado di volare?

Nasce una leggenda
Secondo l’ingegnere aeronautico John McMasters, la storia del calabrone iniziò a circolare in Germania negli anni Trenta del secolo scorso e precisamente all’università di Göttingen: proprio il luogo in cui Ludwig Prandtl (1875-1953) gettò le basi della moderna fluidodinamica.
Secondo McMasters, il primo a proporre questo enigma fu un professore svizzero, da tempo scomparso, che aveva svolto studi pionieristici sulla dinamica dei gas a velocità supersoniche nel corso degli anni Trenta e Quaranta. La storia vuole che durante una cena questo scienziato ebbe una conversazione con un collega biologo il quale gli pose la domanda fatidica: “Che proprietà aerodinamiche avevano le ali dei calabroni per permettere loro di volare?”. Lo scienziato fece alcuni rapidi calcoli, immaginando che le ali di questi insetti fossero lisce e prive di increspature. Le conclusioni furono sorprendenti: in base ai calcoli, i calabroni non dovevano essere in grado di sostenersi nell’aria! 
Evidentemente qualcosa non tornava. Ben presto lo studioso tedesco si accorse che l’errore risiedeva nella sua assunzione di partenza: come un esame al microscopio gli aveva confermato, le ali di questi insetti non erano affatto lisce. 
Ormai era troppo tardi per arrestare il mito dell’impossibilità del volo del calabrone che aveva iniziato a propagarsi di bocca in bocca, anche grazie all’aiuto di giornalisti e divulgatori scientifici. Già nel 1957 J. Pringle, autore di un classico studio sulla meccanica del volo degli insetti, era stato in grado di ricostruire alcuni dei momenti più significativi del propagarsi della leggenda. Più che ricostruirne le fasi, è interessante esaminare le ragioni che portarono inizialmente a valutare l’impossibilità del volo del calabrone e successivamente analizzare attraverso quali accorgimenti fisici questi insetti riescono effettivamente a sostenersi nell’aria.

Perché volano i calabroni
Le considerazioni iniziali dell’anonimo scienziato tedesco presupponevano che se le ali dei calabroni avevano una superficie liscia, dovevano avere un “numero di Reynolds” molto basso. Con questo parametro, che prende il nome di un noto ingegnere meccanico dell’Ottocento, siamo in grado di avere una valutazione del rapporto tra le forze di viscosità di un fluido e quelle inerziali, ossia il prodotto della massa di un oggetto che si muove attraverso di esso per l’accelerazione che subisce. Una particella di polvere che galleggia nell’aria ha numeri di Reynolds molto bassi (da 1 a 10) mentre i jet a reazione hanno valori che superano i dieci milioni. Le ali degli insetti si situano nella parte bassa di un grafico che rappresenta la velocità rispetto ai numeri di Reynolds con valori tra 100 e 10.000. Un modo per rappresentarci questa situazione è quello di immaginare che gli insetti debbano volare con le loro piccole ali attraverso un fluido che per loro è molto viscoso, come una specie di melassa. Assumendo per le ali del calabrone un valore così basso e una superficie liscia, si doveva supporre che il flusso dell’aria su di esse fosse laminare, ossia privo di turbolenze. Questo comportava una mancanza di adesione tra l’aria e la superficie dell’ala con conseguente perdita di portanza, la grandezza che sostiene un aereo in volo e ne impedisce lo “stallo”, ossia la caduta verticale. Intuitivamente l’aerodinamica del calabrone non è delle migliori: mentre gli uccelli hanno un’apertura alare che permette loro di planare per lunghi tratti, le ali di questi insetti sono ridicolmente piccole e se raccogliamo un calabrone morto e lo lasciamo cadere, questo precipita a terra come una pietra per effetto del proprio peso. Come risolvere allora il mistero del suo volo? La risposta è che l’insetto ha trovato un modo per sostenersi nell’aria, sfruttando la turbolenza creata dal furioso sbattere delle sue piccole ali. 
Già nel 1975, Christopher Rees comunicava sulla rivista scientifica Nature alcune osservazioni sulla forma e la funzione della corrugazione nelle ali degli insetti, osservando che la successione di sezioni fortemente irregolari che le caratterizzavano aveva dei grossi vantaggi aerodinamici senza compromettere l’aerodinamica. In effetti, lo scienziato mostrava come, mettendo in un grafico la portanza e la resistenza aerodinamica di queste ali, esse mostravano caratteristiche simili a quelle del profilo alare convenzionale di un aeroplano. Ma le spiegazioni più recenti sul volo degli insetti hanno imboccato un percorso diverso da quello dell’aerodinamica classica, prendendo in considerazione gli accorgimenti per volare in condizioni di instabilità. 
Ritornando al nostro calabrone, era necessario spiegare come esso riuscisse a sfruttare la turbolenza aerodinamica che creava attorno a sé per mantenersi in volo. Ormai era chiaro che l’aerodinamica degli insetti era diversa da quella fino ad allora studiata dai tecnici aeronautici, che consideravano delle ali fisse e un flusso d’aria uniforme. 
Utilizzando riprese cinematografiche ad alta velocità dei battiti delle ali, e confrontandole con modelli di simulazione al computer, si scoprì, attorno al 1990, che gli insetti creavano dei vortici d’aria attorno a un nucleo centrale. In questo modo la portanza, ossia la forza che li tiene in volo, non era generata in modo continuo, come avviene per le ali degli aerei, ma a scatti. In effetti, gli insetti usano le loro ali in modo più simile a quello degli elicotteri che a quello degli aeroplani per spostarsi orizzontalmente, ma anche verticalmente, in diagonale e per restare sospesi nell’aria. A differenza degli elicotteri, che hanno un asse centrale di rotazione, questi animaletti battono le ali verso il basso, quindi le ruotano verso l’alto, le ribattono verso l’alto, le ruotano di nuovo e così via; questi movimenti non avvengono necessariamente verticalmente rispetto al suolo ma anche obliquamente, permettendo di manovrare nello spazio. I vortici creati da queste manovre fanno scorrere più velocemente l’aria sulla superficie superiore dell’ala che in quella inferiore, creando una differenza di pressione che genera la portanza necessaria per mantenersi in volo. 
Il pericolo in agguato, a questo punto, diventa lo stallo, ossia la perdita improvvisa di portanza che dipende dall’angolo tra l’ala e il flusso d’aria che arriva su di essa. Quando un’ala con un grande angolo d’attacco è accelerata fortemente, si crea temporaneamente un nuovo vortice d’aria che aggiunge portanza ritardando lo stallo. Per gli insetti si riteneva che questo fenomeno fosse troppo effimero per contribuire significativamente alle loro capacità di volo, ma nel 1996 Charles Ellington e un gruppo di collaboratori del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge in Inghilterra dimostrarono il contrario. I ricercatori studiarono la Manduca Sexta, una falena che era già stata utile alla scienza negli studi di endocrinologia e di neurologia. Ellington e soci utilizzarono le osservazioni effettuate con una tecnica fotografica tridimensionale dei movimenti delle ali e un’analisi al computer delle stesse. Confrontarono quindi tutti i risultati con il comportamento di “the flipper”: un robot che imitava meccanicamente i movimenti e le deformazioni delle ali dell’insetto con una frequenza di battito inferiore per tener conto delle dimensioni dieci volte superiori a quelle della Manduca. I ricercatori scoprirono che in questa situazione si formava sul bordo delle ali un vortice che restava attaccato alle stesse, muovendosi a spirale lungo la superficie e creando una zona di bassa pressione. Questo spiegava perché gli insetti sapevano creare una portanza tre volte superiore a quella che risulterebbe dai calcoli dell’aerodinamica convenzionale e perché non avveniva lo stallo che ci si sarebbe aspettato in quelle condizioni. 
Le osservazioni fotografiche delle turbolenze che si formavano lungo le ali di “the flipper”, quando questo era messo in una “camera a fumo”, mostrarono chiaramente il fenomeno nel suo verificarsi. In seguito a questo lavoro pionieristico, in vari laboratori sono stati messi a punto differenti modelli meccanici per comprendere sempre più accuratamente il volo degli insetti, anche se gli studi dovranno protrarsi ancora per anni prima di poter sperare di vedere un robot-insetto in grado di volare autonomamente.
La formazione del “vortice spiraliforme” era una buona spiegazione nel caso di grossi insetti con un’apertura alare relativamente ampia. Nel caso degli insetti più piccoli, però, le forze di viscosità tendevano a dissipare molto presto il vortice ed era necessario trovare un ulteriore meccanismo che permettesse loro di volare. Ancora una volta la soluzione venne da un insetto-robot che simulava la Drosophila: un altro animale studiatissimo dalla ricerca genetica e biologica. 
Nel 1999 comparve sulla rivista Science un articolo firmato da Michael Dickinson, un esperto di fisiologia e di meccanica del volo, e da un gruppo di collaboratori: gli scienziati avevano immerso in olio minerale un modello meccanico di Drosophila di 24 centimetri per simulare la viscosità che l’insetto reale prova durante il volo; una serie di motori collegati alle ali del robot permetteva la simulazione dei movimenti reali inclusa la rotazione al termine di ogni battito. Attraverso una serie di trasduttori di pressione collegati alle ali, gli studiosi misurarono delle forze superiori a quelle che ci si sarebbe aspettato in condizioni non dinamiche. Succedeva che con il movimento delle ali l’insetto “catturava” il vortice formato durante il precedente battito. Un altro fattore cruciale evidenziato dai ricercatori era l’elevata sensibilità a piccole alterazioni nella sincronizzazione della rotazione delle ali, in grado di cambiare in modo considerevole sia l’intensità, sia la direzione delle forze che agivano su di esse: nella “aerodinamica instabile” del mondo degli insetti anche questo era da mettere in conto.
Le più recenti teorie e i modelli proposti sul volo degli insetti sono in grado di spiegare il paradosso del volo del calabrone? Gli esperti sono propensi a credere che ogni tipo di insetto abbia sviluppato il suo modo particolare di sfruttare l’aerodinamica instabile. L’osservazione diretta e il confronto con simulazioni al computer e con modelli meccanici hanno svelato i segreti del volo di alcuni insetti come la Drosophila e la Manduca: non ci sono ragioni per credere che ciò possa avvenire anche per il nostro calabrone. Frattanto, in questi ultimi anni, i progressi nella comprensione dell’aerodinamica degli insetti sono stati costanti al punto che gli specialisti credono che la creazione dei primi insetti robotizzati sia ormai a portata di mano. Ribattezzati Microveicoli aerei (MAV), essi saranno dotati di minuscoli trasmettitori radio ed altri sensori, e potranno essere impiegati per volare in luoghi angusti e difficoltosi da raggiungere per gli uomini; ad esempio, controlleranno la tenuta e il livello di sicurezza della complessa rete di tubazioni che trasportano i gas e le sostanze chimiche nelle grosse industrie. 
Attualmente, almeno tre nazioni stanno studiando i propri MAV e, ovviamente, non è mancato l’interesse per possibili impieghi militari e nel campo dello spionaggio; se questi saranno portati a termine, il povero calabrone e coloro che ne hanno studiato l’impossibile volo, sono innocenti. 
[In conclusione, mi sembra di poter dire che, al momento, la scienza continua ad affermare che il calabrone non può volare, ma il calabrone non lo sa e continua a volare, NdA]. 

Note bibliografiche (relative al calabrone)
1) John McMasters, “The flight of the bumblebee and related myths of entomological engineering”, American Scientist, vol. 77, 1989, pp. 164-169.
2) Robin Wootton, “How flies fly”, Nature, vol. 400, 8 luglio 1999, pp. 112-113.
3) Charles P. Ellington et all, “Leading-edge vortices in insect flight”, Nature, vol. 384, 19/26 dicembre 1996, pp. 626-630.
4) Gary Taubes, “Biologists and engineers create a new generation of robots that imitate life”, Science, vol. 288, 7 aprile 2000, pp. 80-83.
5) Robert Dudley, “Unsteady aerodynamics”, Science, vol. 284, 18 giugno 1999, pp. 1937-1939.
6) Dickinson M. H., F. O. Lehmann, et al., “Wing rotation and the aerodynamic basis of insect flight”, Science, vol. 284, 18 giugno 1999, pp. 1954-1960.
7) Robin Wootton, “From insects to microvehicles”, Nature, vol. 403, 13 gennaio 2000, pp. 144-145.

Andrea Albini
Funzionario Tecnico
Dipartimento di Ingegneria Elettrica
Università di Pavia

 (2) Alexandre Koyré, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2000, 136 pagine.
(3) Ibidem, pag. 89
(4) Ibidem, pag. 90
(5) Ibidem, pag. 92
(6) Ibidem, pag. 98
(7) Ibidem, pag. 100
(8) Ibidem, pag. 101
(9) Mi riferisco a storici come Franz Boll, Carl Bezold, Wilhelm Gundel, Eugenio Garin, Will-Erich Peuckert e mai a improvvisati storici dell’astrologia nelle file dei nostri detrattori.
(10) Tranne che per un breve periodo della mia vita, in cui fui costretto ad assumere farmaci fortissimi e assai dannosi per cercare di sedare una cefalea che poi risolsi completamente, tranne – dicevo – in quel breve periodo durante il quale ebbi dei veri e propri vuoti di memoria recente causati da detti farmaci (che poi furono messi sotto inchiesta e ritirati dal commercio), ho sempre avuto, per mia fortuna, una memoria straordinaria che, tra le altre cose, applicata al cinema che è una mia passione, mi consente di ricordare, scena per scena, un film visto anche una sola volta vent’anni fa.











Signor Discepolo,
per l'anno 2014/15 stavo pensando di passare il mio compleanno a Los Angeles; ovviamente, essendo un viaggio lungo e costoso, sto cercando di pianificarlo con anticipo. Volevo sapere cosa ne pensa della mia RS per quell'anno visto che coinciderebbe anche una congiunzione Luna-Sole, o se sarebbe meglio rimanere a Londra, mia attuale residenza da diversi anni.
I miei dati: 28/5/85 San Giorgio a Cremano 9:45 pm.

Grazie,
Opicia.



Cara Opicia,
solo per questa volta faremo una eccezione in quanto non ha senso teorizzare una Aimed Solar Return che entrerà in funzione dopo due anni: essa deve sempre partire da una situazione generale e aggiornata che riguarda il soggetto. Tuttavia, come puro esercizio teorico non te la consiglio in quanto Marte, a seconda delle zone di Los Angeles che si estende per 200 Km, potrebbe già trovarsi in Prima Casa. Inoltre credo si possa trovare di meglio. Se ci scriverai pochi mesi prima, ti aiuteremo volentieri.









“Sei un venduto!” Su internet, questo era uno dei commenti ai miei video, oroscopi per la TV. C’era d’aspettarselo; per il mondo astrologico non è molto dignitoso fare gli oroscopi: sarebbe un po’ come retrocedere dalla serie A alla C. È risaputo infatti che gli oroscopi sono solo un gioco per intrattenere il pubblico mentre l’astrologia è un sapere serio e molto complesso. E poi c’erano tanti altri commenti offensivi. Addirittura in alcuni forum di astrologia venivano aperte intere discussioni per parlare del mio caso: “uno dei migliori allievi di Ciro Discepolo si è ridotto a fare gli oroscopi”. E giù a criticare e commentare la virgola fuori posto, il lapsus, a deridermi e schernire la scuola a cui appartengo. Anche il mio stesso maestro non era d’accordo con la scelta che avevo fatto; ma tra noi c’è sempre stato il rispetto e la stima reciproci. Infondo anche io in passato avevo chiaramente espresso il mio disappunto verso gli oroscopari: disinformano il pubblico su quella che è la vera astrologia. Poi un bel giorno mi si è presentata la possibilità di collaborare ad un programma televisivo. Lì per lì stavo per tornarmene a casa con la dignità e l’orgoglio di chi non scende a compromessi: proprio io che avevo da sempre parlato male degli oroscopi mi ritrovavo a decidere se farne in televisione oppure no. Era in ballo la mia coerenza da un lato e la possibilità di dare una svolta alla mia vita dall’altro. Non era né una questione di soldi e né una questione di fama. Poi mi venne la folgorazione: “se diventassi più popolare potrei avere la fortuna di veder pubblicati i miei libri, diffondere al mio pubblico televisivo tutta la verità sull’astrologia”. Era un'occasione strepitosa che non potevo farmi scappare anche se non era l’unico canale possibile per la realizzazione di questa idea; eppoi avevo a che fare con persone stupende, meravigliose, professionali e collaborare con una televisione prestigiosa mi riempiva di orgoglio. È vero che sul web godevo di una popolarità incredibile: per vedere dedicate intere discussioni sul mio conto voleva dire che ero diventato veramente importante; ma non era sufficiente: per il grande pubblico ero un signor nessuno e i miei concittadini ancora non avevano capito bene quanto fosse straordinario il mio sapere, che potevano vantarsi di una persona come me. All’opposto i saputelli giocavano a fare gli scienziati per trovare “l’inghippo”; si sforzavano di trovare il mio punto debole per dimostrare che fossi un ciarlatano. Nemmeno si ponevano il dubbio che potessi trasmettere anche a loro qualcosa di straordinario e perfettamente funzionante. Avevo deciso di rimangiarmi le mie parole cercando di essere più tollerante ed elastico; ma da quel momento sono cominciati i miei problemi: offese, insulti, e non per ultima anche una profonda invidia. Nel frattempo crescevano gli ascolti in televisione, i complimenti fioccavano da tutte le parti, crescevano le offerte di collaborazione nei giornali. Scoprivo anche i veri amici da quelli falsi, quelli che a dire il vero non avevano mai nutrito una vera stima nei miei confronti. Le richieste di consulti aumentavano in modo esponenziale ma non potevo più scrivere un commento in alcun forum che immediatamente veniva copiato e commentato malamente. La popolarità comporta il fatto di essere esposti a tutti e bisogna imparare ad abbattere il proprio orgoglio per sopportare le cattiverie delle persone prima che la cosa possa sfuggire al controllo; ma è anche vero che fare delle scelte comporta assumersi delle responsabilità.



Caro Anonimo,
so quello che hai sofferto e le persecuzioni vili che hai subito. Ho capito la tua scelta e oggi tu l'hai esplicitata per intero. Tuttavia se io posso accettarla pensando alle ragioni che ti hanno spinto a decidere in tal senso, non posso accettare che si possa dire, anche per sottinteso, che l'oroscopia sarebbe una forma più commerciale dell'Astrologia: no, essa è una truffa, basata su di un inganno e su basi insostenibili perfino se la si volesse far passare come gioco di società.
Se la maggior parte delle persone colte ci disprezza come astrologi è perché crede che gli astrologi siano quelle persone che pretendono di fare le previsioni per ogni giorno dell'anno e per tutti i nati sul pianeta, indipendentemente dal giorno, mese, anno, luogo e ora di nascita degli stessi.
In tal senso trovo addirittura osceno che qualcuno, tra costoro, abbia la faccia tosta di inserire in una propria bibliografia tali libretti demenziali. È come, se gli stessi, avendo girato da protagonisti anche dei film porno, li inserissero in una bibliografia astrologica: che nesso ci sarebbe?
Una volta conoscevo una signora miliardaria e notissima che produceva quasi esclusivamente oroscoponi. Le chiesi: "Perché fai questo?". E lei: "Perché, in fondo, stuzzicando la curiosità delle persone, tento di avvicinarle all'Astrologia".
Lascio a voi ogni commento, ma io devo pur notare che se applicassimo lo stesso principio ad altre attività sulla Terra, potremmo perfino teorizzare che una persona malata di sifilide, sapendo di esserlo, impegnata a trasmettere il virus a tutto spiano, si potrebbe ugualmente giustificare dicendo che in tal modo spingerebbe il prossimo ad approfondire lo studio della medicina... Insomma, caro Anonimo, il punto è: fallo pure, per le ragioni che hai descritto, ma non giungere mai a vantarti di farlo e non permettere che si facciano gare pubbliche per stabilire quale oroscopone sia più o meno demenziale degli altri.
Un saluto affettuoso.











Buona Giornata a Tutti.
Ciro Discepolo




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Per vedere bene i grafici zodiacali e le foto, occorre cliccarci sopra: si ingrandiranno.

To see well a graph, click on it and it will enlarge itself.


Passando il puntatore del mouse su di un grafico, leggerete, in basso a destra dello schermo, il nome della località consigliata. Se ciò non dovesse avvenire, vi consiglio di usare come browser Chrome di Google che è gratuito e, a mio avviso, il migliore.

Where it will be my birthday?
Passing the mouse pointer on a graph, you will read, in low to the right of the screen, the name of the recommended place. If this didn't have to happen, I recommend you to use as browser Chrome of Google that is free and, in my opinion, the best.



A che ora sarà il mio compleanno? (At what time I will have my Solar Return?):





Qual è l’Indice di Pericolosità del Mio Anno?
CALCULATE, FREE, YOUR INDEX OF RISK FOR THE YEAR (as explained in the book Transits and Solar Returns, Ricerca ’90 Publisher, pages 397-399):




Quanto Vale il Mio Rapporto di Coppia?
Test Your Couple Compatibility:


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