giovedì 7 ottobre 2010

Il ritratto astrologico di Totò






Avevo promesso a Lorenzowizard che avrei cercato il ritratto astrologico di Totò, che scrissi tantissimi anni fa per ASTRA e che piacque molto a Françoise Gauquelin. Eccolo:




Chissà per quale strano gioco del destino, un uomo che era Focas Flavio Angelo Ducas, Comneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio, principe conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, altezza imperiale... si impose all’attenzione del mondo con un nome assai più modesto, un diminutivo di sole due sillabe: Totò.
Un uomo, un comico, dall’animo semplice e generoso, che, come tanti comici e clown, nascondeva, dietro la facciata dell’uomo leggero e spensierato, una natura triste e inquieta: quella appunto del clown che trattiene un lacrima dietro la maschera di ilarità.
Nel caso di Antonio de Curtis, poi, il pensiero corre imperiosamente a un parallelo d’obbligo: Totò e L’uomo che ride di Victor Hugo. Creatura quest’ultima nata dalla fantasia, ma non solo da quella, del tremendamente pescino romanziere del secolo scorso.
L’uomo che ride è un saltimbanco orrendamente mutilato di proposito, affinché il suo volto rida sempre, mentre dentro egli piange, essendo una natura emotiva e malinconica, costretta a portare il carico di un destino inumano, ciò che si configura ragionevolmente nella tematica dello scrittore francese (Pesci) e di Totò (Ascendente Pesci e Sole in dodicesima Casa, cosignificante dei Pesci).
Osservando il Cielo di nascita del grande attore scomparso (è stato eretto per le ore 7.30 del 15 febbraio 1898, a Napoli) si coglie il senso di una croce da portare, di un destino da combattere: il Sole è in dodicesima e l’Ascendente è Pesci.
Il destino che l’attore-poeta dovette affrontare fu quello, sempre perdente per lui, di sbarazzarsi di Totò. È un punto poco noto della sua biografia, ma di inequivocabile autenticità, se si rileggono le interviste che egli concesse negli ultimi anni della sua vita. Ecco cosa disse una volta a tal proposito: «Totò non mi piace. Non mi piace la sua faccia: lunga e triste. Secondo me fa ridere perché è un po’ deforme. Non lo amo neanche come personaggio. Ride sempre, mentre io non rido mai».
Chi, vedendolo nell’esplosione pirotecnica della sua gestualità irresistibile, avrebbe creduto che nella vita privata amava restare solo, rimanere alzato fino all’alba, scrivere tenerissime poesie, sfuggire i rumori, inseguire la quiete, la pace? Eppure era proprio così.
Il Sole nel dodicesimo Settore dell’oroscopo, infatti, pur non essendo di per sé un indice di misantropia, è senz’altro l’emblema della chiara volontà isolazionistica. Con questa posizione nascono molti ricercatori che, autoingabbiatisi in spazi assai esigui, espandono la propria indagine ai confini del conoscibile.
Il segno dei Pesci e la dodicesima Casa, hanno questa dimensione spaziale: al tempo stesso i micro e i macro spazi. Per un uomo che non studia e non fa ricerca ciò si traduce nella volontà di cucirsi addosso una grande intimità, una privacy a prova di tutto, una cittadella privata fuori del mondo.
Si sa anche che Totò non amava viaggiare (Luna congiunta a Saturno e a Urano in nona) e quando lo faceva sceglieva sempre il mezzo meno veloce: sentiva il fascino dei treni internazionali o dei transatlantici, che impiegavano settimane a raggiungere la propria destinazione. L’aereo per lui non esisteva, anzi «non era stato ancora inventato».
Ma il Sole in dodicesima, Signore della sesta Casa, è anche segnato da una nota di patologia, che, in questo caso, era sia somatica (la vista che gli si spegneva), sia psichica, ossia compressa da nevrosi: si dice che, dopo aver letto di alcune persone morte asfissiate in un disastro ferroviario, in una galleria, portasse sempre con sé, quando saliva in treno, due maschere antigas. Di certo si conosce la sua superstizione, nonché la natura complessuale che gestiva parte della sua volontà.
In un’intervista rilasciata ad Oriana Fallaci (l’Europeo del 6-10-1967) disse,tra l’altro: «... sono afflitto da un gran brutto complesso: il complesso di inferiorità. Inferiorità fisica, inferiorità intellettuale, inferiorità culturale...».
Questa debolezza umana, che nulla toglie alla grandezza della sua figura, contribuisce a chiarire perché egli tenesse tanto ai suoi titoli nobiliari. Anche se non li ostentava deliberatamente, si oscurava però, se qualcuno insinuava, e accadde più di una volta, che li avrebbe acquistati e non ereditati.
Se si faceva chiamare Altezza e portava l’anello con lo stemma nobiliare, era, a nostro avviso, sia per tentare di compensare i sensi di inferiorità appena descritti, e sia in omaggio alla sua natura conformistica e conservatrice (Luna e Saturno congiunti in nona, nel Sagittario). Ciò avveniva però solo al livello di “cerimoniali”, giacché intimamente era mosso da un forte spirito umanitario e legalitario, che in un’occasione riuscì a corporarsi magnificamente anche in forma lirica: la famosa poesia A’ livella.
Totò era un uomo assai umano e la congiunzione strettissima fra Sole e Venere, in Aquario, nel suo Cielo di nascita, lo testimonia inequivocabilmente. Sentiva il dolore e le sofferenze altrui e le faceva propri. Nessuno è in grado di amare meglio e di più di chi ha una forte congiunzione Sole-Venere, oppure una Venere nel Cancro. Si sa che al termine di ogni film elargiva mance generose a tutti i collaboratori, anche ai più lontani dal suo punto di lavoro.
Per gli animali Totò aveva poi un vero, grande amore. Pochi sanno che manteneva ben duecentoventi cani, con veterinario aggregato, per sottrarli a sicura morte, però tutti sono a conoscenza del suo spirito caritatevole per le bestie in genere.

“PORTATEMI A NAPOLI”

Quando morì, la notte del 15 aprile 1967, si registrarono molte vincite al lotto di Napoli, con questi numeri: il 13 (Sant’Antonio di Padova, il principe e la morte), il 22 (gli animali), e l’82 (le risate). Fu un ultimo regalo che fece al suo popolo povero. Pochi momenti prima di morire aveva detto: “Portatemi a Napoli” e la città si era stretta intorno alla sua bara, in un corteo di chilometri, che paralizzò completamente il traffico.
Fu molto amato ed ebbe grandi soddisfazioni, soprattutto da sua moglie, la bellissima Franca Faldini (Giove in settima). Ma conobbe anche grandi dolori nello stesso settore: per esempio portò sempre con sé una profonda tristezza per l’attrice Liliana Castagnola, che il 3 marzo 1930 si uccise per lui. Quando gli nacque una figlia le mise nome Liliana, ma gli morì poco dopo e morì anche il suo bambino.
Questi tre lutti possenti della sua vita sono espressi con chiarezza dai due dispositori dell’ottava Casa (Venere e Marte), che sono in dodicesima nell’oroscopo radicale. Per i due figli troviamo, inoltre, che il Signore della quinta, la Luna, è congiunto a Saturno e Urano ed opposto a Plutone e Nettuno.
Totò soffrì anche per Silvana Pampanini, che respinse la sua corte, e scrisse per lei Malafemmena, da intendere nel senso di donna dall’animo crudele. Era infatti anche compositore musicale, come si conviene a una natura poetica, che abbia anche valori in Aquario.
L’Aquario non è fortissimo in quest’oroscopo, però spiega la vis e la natura comica della sua arte: l’elettricità dei suoi movimenti, la simpatia delle espressioni, le invenzioni tecniche, le trovate comiche, l’assoluta originalità della sua arte.
Totò lavorava su canovacci di poche righe e inventava tutto il resto sulla scena. Erano tempi in cui si parlava senza playback e in cui i registi consentivano diverse libertà. Famosissimo è stato lo sketch del vagone letto, la bella donna e l’onorevole serioso.
Ancora oggi, a rivedere per l’ennesima volta i suoi film, si è travolti dal suo umorismo semplice e originalissimo. Come si potrà dimenticare l’episodio, tutto Aquario, di Totò che vende la fontana di Trevi all’americano bonaccione? O la ballata del “Pazzariello”, con il cappellone napoleonico, il frac, il bastone piroettante e la mossa ad effetto sul ritmo del tamburo?
Alcuni suoi termini sono entrati addirittura nel dizionario: “Quisquilie, pinzellacchere, sciocchezzuole, balle”. Vi è poi il capitolo nemici, non meno importante degli altri.
Si è già detto prima di quanti lo addolorarono mettendo in dubbio l’autenticità dei suoi titoli nobiliari, ma vi furono soprattutto i critici (Marte e Mercurio congiunti in dodicesima) a rendergli difficile la vita. Soltanto oggi si riconosce senza riserve la sua bravura e si sostiene che egli avrebbe potuto interpretare anche grandi ruoli tragici, come avvenne col personaggio del San Francesco, nel film di Pasolini Uccellacci e Uccellini (a proposito della congiunzione Marte-Mercurio in dodicesima, vi è da ricordare la sua passione per i gialli e per le cronache di delitti e processi).
Qualche parola va spesa infine per la sua condizione di uomo sradicato dal proprio ambiente (Luna-Saturno in nona) e per la malinconia che era dentro di lui (Luna-Saturno dominante, quadrata all’Ascendente). Una volta scrisse: «Felicità: vurria sape’ che è chesta parola. Vurria sape’ che vò significà». E un’altra volta: «Di notte, quando sono a letto, nel buio della mia camera, sento due occhi che mi fissano, mi scrutano, mi interrogano. Sono gli occhi della mia coscienza».
Ciro Discepolo, tanti tanti anni fa…



E sempre da Lorenzowizard ricevo questo scritto che pubblico di seguito:



Confutazione dei fondamenti dell'astrologia karmica






In questo scritto non intendo attaccare le venerabili dottrine religiose del karma e della metempsicosi ma la versione spicciola che è stata adottata da molti astrologi, specie americani, e adesso sembra andare sempre più di moda.
Secondo questa concezione l'oroscopo, o perlomeno certe posizioni dei pianeti all'interno di esso, sarebbero la manifestazione di una sorta di legame che esisterebbe tra il nuovo nato e un essere umano vissuto in un tempo precedente. Si suppone che questa "sorte astrologica" sia correlata alle azioni compiute liberamente dall'individuo esistito prima, in modo da rappresentarne il contrappasso: così, dopo la morte di un violento, nascerà una persona che erediterà come punizione "karmica" la sorte di dover subire violenza, la scomparsa di un libertino segnerà il fatale sorgere di un "erede spirituale" il quale dovrà "scontare" una condanna a essere sfortunato in amore, "la reincarnazione di una mammana sarà una donna condannata ad abortire" (Andrè Barbault) e così via (in questa sede non intendo occuparmi del karma "positivo", in quanto gli astrologi hanno prevalentemente a che fare con la necessità di consolare coloro che sono afflitti da quello negativo.)
Esistono molte varianti di questa linea di pensiero: secondo un'ipotesi comune, il karma rappresenterebbe una autentica continuità personale tra le esistenze, per cui si tratterebbe appunto di una nuova incarnazione dello stesso individuo. Secondo altre non vi sarebbe continuità ma solo una controaffinità destinica dovuta a ragioni imperscrutabili, riguardanti l'ordinamento complessivo del mondo. Tutte hanno in comune la credenza che oltre al Karma, esista una libertà di elevarsi al di sopra di ciò che esso “fatalmente” impone. Ma soprattutto - e questo è il punto che sarà oggetto della mia critica - tutte sostengono che la nostra vera essenza di individui sia preesistente al momento in cui arriviamo a essere pienamente responsabili delle nostre azioni.
Che sia la nostra essenza a creare il nostro oroscopo facendoci nascere "al momento giusto" o che il nostro oroscopo non sia altro che il ritratto simbolico della nostra essenza, non cambia granché: noi dobbiamo accettare il postulato secondo cui, dato che siamo e "continuiamo tutta la vita" a essere partecipi della nostra Realtà originaria, dobbiamo "assumerci la responsabilità" di ciò.
Il nostro oroscopo, in un certo senso, lo abbiamo creato noi stessi: se in questo oroscopo esiste una parte di sfortuna, o karma negativo, siamo stati noi stessi ad averlo voluto, o quantomeno ad averne causato l'insorgere col nostro comportamento scriteriato nell'esistenza precedente. Al di là della nostra consapevolezza limitata e legata al "principium individuationis", il nostro ego deriverebbe o farebbe parte di un'entità più vasta, trascendente e atemporale, che dobbiamo riconoscere come il "nostro vero essere", il Sé di Jung o l'Atman degli indù.
Partiamo dunque da qui, ed assumiamo che tutto ciò sia vero. Le implicazioni di questi principi sarebbero già abbastanza irritanti nel caso li si volesse utilizzare in casi banali, ad esempio per spiegare a una vittima di ripetuti furti che è colpa sua, poiché nella sua vita precedente è stato un ladro. Ma per coerenza bisognerebbe interpretare allo stesso modo delle vere tragedie, come la disabilità, la morte precoce, gravi mutilazioni, indicibili tormenti psicologici che portino al suicidio o alla pazzia. Un bambino si ammala di cancro, non esistono speranze di guarigione, morirà entro pochi mesi: ebbene diciamolo, che deve scontare la giusta pena perché nella sua precedente incarnazione è stato un pedofilo! E dato che in casi come questi esiste una spiegazione alternativa, squaderniamola pure: pedofili possono essere stati i genitori, e magari assassini di bambini! Si tratta di estremizzazioni non propriamente delicate ma che non fanno una piega, se si accetta la logica del karma. E' chiaro che di fronte a discorsi simili nasce un senso di rivolta: che colpa può avere un bambino piccolo? E più in generale: come sopportare che un individuo, il quale dalla nascita in poi non ha commesso colpe, debba pagare per quelle di altri, già defunti, e per di più sia costretto ad ammettere che ciò avviene giustamente? A questo punto, chiunque potrebbe venirmi a dimostrare che se mi capitano cose orribili per mano degli ebrei, è perché sono la reincarnazione di Hitler, e quindi, nonostante ami profondamente la cultura ebraica, è giusto che accada, per cui non mi toccherà far altro che subire tutto e di più, come sacrosanta espiazione ad opera delle controparti di coloro che nel passato ho offeso, salvo eventualmente sacrificarmi e darmi da fare per... migliorare il karma della posterità. Tutto ciò oltre che ripugnante, sembra intuitivamente errato: è evidente che siamo di fronte a dei vizi logici, a dei presupposti sbagliati o un modo errato di tirare conclusioni. E' lampante che nessuno ha colpa di nascere alto, basso, bianco, nero, brutto, zoppo, o con un determinato oroscopo; nessuno ha la colpa di subire ciò che non ha desiderato, neppure inconsciamente, e gli è capitato per puro caso: ma è precisamente questo che la dottrina del karma nega! Eppure nonostante la sua manifesta assurdità, essa non si lascia smontare così facilmente.
Per riuscirci dobbiamo partire dall'assioma su cui si fonda l'intero edificio teorico: la tesi secondo cui io sono responsabile non solo di ciò che io faccio, ma anche di ciò che io sono come realtà fattuale: il mio corpo, il mio carattere, le mie qualità... il mio oroscopo.
Il concetto di responsabilità si regge su quello di libero arbitrio: per cui se si nega quest'ultimo, il fondamento dell'astrologia karmica crolla, e anche se si riuscisse a dimostrare l'esistenza di una vera continuità, per cui si potrebbe sperimentare oggettivamente che "nell'istante in cui muore un ladro, nasce qualcuno che nella vita verrà derubato", ciò non dimostrerebbe altro che l'esistenza di un progetto cosmico nel quale tutti i fili si intrecciano, senza che il volere delle creature vi abbia parte. Ma lasciamo correre, e ammettiamo, assieme alla grande maggioranza degli astrologi e dei filosofi, l'esistenza del libero arbitrio e quindi della responsabilità.
Quali sono i presupposti per cui ci si possa dire liberi di scegliere e quindi pienamente responsabili? Uno è particolarmente importante, ed è la coscienza.
Una creatura incosciente non può essere "libera" perché essa non "sceglie" ma agisce in base a stati interni, che essendo incosciente, non può nemmeno conoscere. Essa non si "autodetermina", ma viene determinata in modo coattivo dalla propria fisiologia, e se per ipotesi si risvegliasse in uno stato di lucidità, avrebbe ragione a ripudiare le azioni compiute durante lo stato di incoscienza (voglio ricordare che ciò vale anche in giurisprudenza: il presupposto della responsabilità legale è, com'è noto, la "capacità di intendere e volere", ovvero la piena coscienza).
La nostra coscienza di individui si forma nell'infanzia, e anche se si dimostrasse che un abbozzo di essa è presente nel neonato e financo nell'embrione, sarebbe ridicolo etichettarla come una coscienza "responsabile dei suoi atti".
Eppure l'astrologia karmica vorrebbe farci credere questo: prima ancora della nostra nascita, o addirittura del concepimento, vi sarebbe una Entità che sceglie liberamente il nostro oroscopo, o comunque le qualità spirituali che avremo al momento di incarnarci. Ciò è possibile solo a condizione di ammettere che il Sé o l'Atman o qualsiasi cosa noi siamo prima di nascere, sia cosciente di sé (oltre ad avere poteri quasi divini... ma sorvoliamo).
Dunque la nostra coscienza, nel formarsi sulla base di un'essenza spirituale preesistente, si "innesterebbe" su un'altra coscienza, come un nuovo germoglio su una pianta. Quindi in noi esisterebbero non uno ma due Entità/Io: entrambe coscienti. provviste di libero arbitrio, autonome e responsabili, e tutti avremmo una doppia personalità!
Ma anche a voler accettare questo assurdo schema del doppio Io, esso sarebbe precisamente la prova che se in "noi-totalità" esiste una seconda personalità inconscia e sconosciuta che ha deciso il nostro oroscopo e controlla indirettamente le nostre sorti, "noi come soggetti" (il vero Io appunto!) NON ne siamo responsabili! La conclusione smentirebbe dunque le premesse.
L'unico modo di inficiare questo ragionamento sarebbe argomentare che l'"io" karmico, che ci ha guidati nel processo di reincarnazione, a un certo punto si dissolva o si trasformi, in modo da dare origine al "nostro" caro, solito io (nessun doppione, dunque). Ma anche così saremmo comunque sgravati di ogni responsabilità. Se l'io karmico, che ho ereditato dal passato insieme al suo bagaglio di colpe da espiare, si è "tramutato" nel mio io, significa che i due "io" non coincidono: e quindi non si può accollare al secondo la responsabilità degli atti del primo, né sostenere che al momento della mia morte, il mio io, divenuto un "karma" e artefice di una nuova incarnazione, possa legittimamente scaricare le proprie responsabilità sull'io seguente, quello in cui è destinato a trasformarsi. Quest'ultimo avrebbe tutte le ragioni di mandarlo al diavolo e dirgli: "Cosa vuoi da me? Se hai fatto degli errori paga tu, certo non esistono motivi per cui dovrei pagare io!".
Un altro possibile escamotage è il seguente: il karma e l'io non sono cose che mutano l'una nell'altra ma la stessa cosa, si tratta sempre del medesimo soggetto pensante, libero e capace di autodeterminarsi, che preparata l'incarnazione si addormenta e poi si risveglia in forma di nuova coscienza individuale, in un corpo che prima non possedeva.
In quest'ottica però non si dovrebbe più parlare di karma ma di una vera e propria "anima", un essere immateriale capace di esistenza autonoma e indipendente dal corpo, e dotato almeno degli attributi della coscienza e del libero arbitrio. La formazione di una nuova coscienza individuale nel bambino non sarebbe altro che un risveglio in cui non ci si ricorda più del passato.
Anche tralasciando tutte le obiezioni che si potrebbero avanzare verso il fatto che si tratta di un puro articolo di fede (eretica), implicante l'esistenza di potere semidivini attribuiti all'anima anziché a Dio, e via dicendo, il punto critico riguarda ancora la nozione di responsabilità: posso io essere ritenuto imputabile di azioni da me commesse "da me stesso in una vita precedente", una vita in cui avevo un altro corpo, altri genitori, un altro carattere, un altro modo di pensare? Fino a che punto posso accettare che si stabilisca un'identità tra me stesso e quell'altro individuo vissuto magari secoli prima di me? Cosa significa affermare "io prima di nascere sono stato Napoleone?"
Non significa nulla, e lo si può dimostrare con argomenti puramente logici. Un'affermazione del tipo "A è stato B" non può significare altro che "B si trasformato in A". Ciò non implica necessariamente che tutte le caratteristiche di B (o la materia di cui è composto B) siano scomparse. (Qualcosa potrebbe essere rimasto: nel mio caso è possibile che alcuni degli atomi che formavano il corpo di Napoleone siano entrati a far parte del mio!) Ma il sostenitore della reincarnazione non vuole limitarsi a questo: egli vuole precisare che affinché io possa essere imputabile degli atti compiuti liberamente da Napoleone mentre era vivo, una sua specifica facoltà deve essere la parte fluita in me, entrata in me, divenuta MIA parte. Ciò che in lui ha scelto di agire nel modo in cui ha agito. La sua soggettività autonoma – la sua libertà.
Cos'è la libertà? Non è materia, non è energia, non è neppure un attributo formale o  qualità: nel momento in cui le si assegna una qualsiasi essenza la si annienta, poiché la libertà è precisamente la facoltà di autodeterminazione di ciò che essa, di volta in volta, a ogni nuova scelta, intende essere (in quanto autodeterminazione di come essa agirà: l'agire è condizionato dall'essere). Per dirla con Sartre, e su questo punto, tutti i filosofi e i logici sono d'accordo, la libertà non ha essenza. Non è conoscibile né circoscrivibile (se lo fosse non sarebbe più libera!) E non avendo essenza, non può neppure avere qualità. Non esiste la "mia libertà", la "tua" libertà (se non nel senso di una differente possibilità di agire senza essere intralciati dalla realtà di fatto). Non esiste la "libertà di Napoleone" come possibile inizio di un filo diretto, di una qualche forma di continuità/identità con la mia libertà. La libertà è identica in tutti, non è "distribuita" in dosi qualitativamente o quantitativamente differenti, non possiede "etichette" individuali. La libertà non è "qualcosa" che possa passare dall'uno all'altro come una specie di “liquido travasabile”. Dato che la mia libertà è identica in sé (nella sua mancanza di essenza) a quella di chiunque altro, a chi mi dicesse "Tu hai ricevuto una libertà spirituale che è stata quella che contraddistingueva Napoleone", io potrei rispondere: "Allo stesso modo potrei avere ricevuto quella di chiunque altro, poiché la libertà non è un ammennicolo su cui è scritto il nome del proprietario".
Non importa che il sostenitore del karma mi ribatta, come ultima difesa, che ciò che io potrei aver ricevuto da Napoleone sia una cosa differente, non la libertà ma l'intera anima appartenuta a Napoleone, che ha come attributo la libertà, e “questo” sarebbe il karma.
Se quest'anima ha come UNICO attributo la libertà, essa non è altro che pura coscienza e la facoltà della libertà, allora torniamo al ragionamento precedente: la pura coscienza (che, come spiegano i filosofi non ha come “qualità” il libero arbitrio, ma è tutt'uno con esso) è un abstractum senza qualità individuali, non è “travasabile”.
Se l'anima oltre a ciò possiede altri attributi, ad esempio un "carattere", e questi tratti di carattere "napoleonici" sono entrati a far parte del mio carattere, ciò non toglie che il mio carattere sia comunque diverso da quello di Napoleone, così come lo è il mio corpo, e tutta o quasi tutta la materia di cui sono formato (per chi ama le definizioni filosofiche, la mia fattità): e allora, se io sono, di fatto, un altro individuo, come si giustifica che io debba pagare al posto di qualcuno a cui semplicemente assomiglio come carattere?
Lo si potrebbe giustificare solo se io fossi realmente identico a Napoleone come individualità assoluta, il che significa che se dovesse essere la MIA anima a volare nel passato e ad abitare il corpo di Napoleone alla sua nascita, l'individuo Napoleone compirebbe esattamente le medesime scelte (e crimini) che nella realtà ha commesso di propria iniziativa.
Solo in questo caso si potrebbe parlare di identità totale tra le due anime, per cui sarebbe corretto parlare di me stesso come reincarnazione di Napoleone, e infine anche di una mia colpa.
Ma ciò è impossibile. Io non potrei, se abitassi il corpo di Napoleone, agire esattamente come Napoleone, perché la “mia anima”, qualsiasi significato si voglia attribuire a questa parola, non è qualcosa di totalmente caduto dall'alto ma è anche il frutto dell'educazione, delle esperienze, dell'influenza dell'ambiente in cui sono cresciuto: in altre parole, è impossibile che esistano due anime identiche (o se si preferisce due psiche umane identiche), in quanto l'anima non è solo “karma” ma è plasmata anche dall'esperienza. Per quanto la si rigiri, l'equivalenza tra la mia essenza e quella di un altro individuo, vissuto nel passato o che vivrà nel futuro, è assurda e improponibile: io sono io, e non un altro. Né è possibile aggirare l'ostacolo coniugando al passato il verbo essere. "La mia anima è (o è stata) l'anima di Napoleone" potrebbe essere vero solo se la mia anima e l'anima di Napoleone fossero due nomi per la medesima cosa. Ma la mia anima è solamente mia, essa è definita in modo univoco, oltre che dall'ereditarietà o karma, dalle circostanze in cui sono nato e ho vissuto, e non può essere identica a quella di nessun altro; l'esistenza di tratti comuni con l'anima di un altro, e financo di una “componente caratteriale comune” non è quell'identità assoluta e trascendentale che sola potrebbe giustificare l'attribuzione della responsabilità di un defunto a un vivente e dare un fondamento morale alla dottrina del karma.
Napoleone e Hitler erano individui distinti da me: nessuno potrà mai attribuirmi la responsabilità dei loro delitti, e sostenere che sia io quello che deve pagare, non importa in che modo.
Messo alle strette, al sostenitore del karma non rimarrà altro che dire: "Insomma, tu puoi cercare in tutti i modi di negare di avere commesso delle colpe prima della tua nascita, e hai ragione: in qualche modo misterioso, l'individuo che ha agito in modo malvagio era collegato a te ma non eri propriamente tu: sta di fatto che esiste una arcana legge cosmica per cui tocca a te addossarti il fardello dell'espiazione per le sue cattive azioni, sia giusto o no dal tuo punto di vista".
Benissimo, ma così si torna alla concezione che io sostengo, che è quella del comune buon senso: non siamo noi gli autori né tantomeno i colpevoli di quello che ci accade per pura sfortuna, come l'essere nati handicappati, o con un pesante oroscopo (che spesso è peggio): ciò avviene senza che noi possiamo comprenderne i motivi, che sono noti solo all'Onnipotente o a chi per lui; e anche se ci sembra arbitrario e ingiusto, dobbiamo accettarlo e basta. Diventa unicamente un diverso modo di dire la medesima cosa. E questa la fine della cosiddetta astrologia karmica, e non è certo una bella fine. Il concetto astratto di reincarnazione, analizzato dal punto di vista logico, semplicemente non sta in piedi, anzi si tratta di cosa non solo avvilente ma anche alquanto ridicola.
Se poi io ricordassi, come a una folgorazione, una mia "vita precedente", in tutti i dettagli, e se a un controllo dovessi scoprirli veri, neppure questo proverebbe nulla. Di fenomeni paranormali ne avvengono molti, e anche ben più clamorosi di questo.


Lorenzowizard




Per Angel.
Caro Angel, come tu stesso hai intelligentemente osservato, il tuo quesito non è propriamente astrologico o, forse, non è astrologico in senso stretto, ma io penso che l’Astrologia, in questo caso modestamente rappresentata da me, possa dire qualcosa.
Io ti suggerisco di lasciar perdere le varie scuole parificate che potrebbero aiutarti a sostenere gli ultimi esami universitari o attraverso le quali chiunque potrebbe comprarsi delle lauree.
Sono convinto, infatti, che in una società come quella attuale, strutturata in modo abbastanza inquietante dal punto di vista economico, puntare al titolo di studio, non sia vincente e questo almeno nel tuo caso.
Conosco il tuo valore nella professione che svolgi e non capisco per quale motivo dovresti infilarti questa laurea in tasca, abbandonare una strada dove hai talento qualità ed esperienza, per iniziare quell’orrendo girone infernale dei concorsi pubblici. A che? Vuoi diventare ufficiale dei Carabinieri o pensi di ottenere un posto di funzionario/dirigente in un’azienda pubblica o privata? E gli altri centomila o trecentomila che tenterebbero il concorso con te, ti lascerebbero passare avanti? O vuoi, alla tua età, metterti a fare il “ragazzo” nello studio di un avvocato affermato?
Te lo sconsiglio. Penso, invece, che dovresti cercare la più alta collocazione professionale possibile all’interno del tuo lavoro, magari all’estero, con il consiglio degli astri.
E, ultimo ma non per ultimo, sono anche convinto che i due esami mai dati facciano parte del tuo DNA astrologico di Leone compensato: quell’incertezza che t’impedisce di “aggredire” la vita e che ti fa preferire lasciare dipinti incompiuti sulla tua strada. Non è il massimo per la carriera, ma aiuta, psicologicamente parlando.


Per Angelino59. Prova meglio la demo perché funziona. Il servizio di “noleggio” su Astrologiainlinea.it sarà presentato ufficialmente il 16 ottobre a Milano, durante il nostro incontro.


Per Michele e per Elisabetta. Elisabetta ha un magnifico Giove dominante, ma anche Marte e Saturno in seconda Casa che non possono lasciare dubbi: io penso che farà bene a darsi alla composizione solo a tempo perso e a puntare a una “pagnotta” sicura, almeno con un insegnamento o una pratica che la sua arte e maestria le possono offrire.


Per Danila. Questa “compilation” non è realizzabile. Osserva il grafico sotto. Per poter ottenere ciò che tu elenchi, senza far cadere l’AS di RS in prima o in dodicesima di nascita, dovremmo dilatare enormemente le Case che, a questo punto, inghiottirebbero, nella sesta, sia Venere che Saturno. A parte che andando in Finlandia alcune Case diverrebbero di 4-5° e ciò non lo possiamo accettare assolutamente.







Per Tutti. Sarò in viaggio da questo sabato fino a mercoledì e poi di nuovo, a Milano, da venerdì (15 ottobre) a domenica. Vi prego di non mandarmi quesiti impegnativi o richieste che richiedano molto tempo per essere elaborate. Come al solito sono certo che i bravi colleghi qui presenti potranno aiutare le new entry che ogni giorno ci fanno l’onore di aggiungersi alla nostra famiglia.


Buona giornata a Tutti.
Ciro Discepolo



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