lunedì 23 agosto 2010

La Mia Africa (racconto di Daniela Boscotrecase)

















Ne La Mia Africa, nel momento più romantico della storia, Karen Blixen guarda Denys e gli dice: ”Vorrei tanto che un giorno qualcuno mi chiedesse di sposarlo: prometti che lo farai, se ti prometto che ti risponderò di no?”.
Non ricordo se è stato leggendo il libro o guardando il film che questa frase mi si è scolpita nella mente, ma sta di fatto che da allora il momento del mio matrimonio non ho potuto immaginarlo se non con i colori dell’Africa, nel bush, in mezzo alla natura selvaggia.
Da allora sono trascorsi tanti anni e per un lungo periodo avevo dimenticato tutto ciò, ma da quando ho incontrato Ciro, il ricordo dell’ antico sogno è tornato con forza nella mia mente, con la consapevolezza che lui l’avrebbe realizzato.
In questo momento, guardando il mio vestito da sposa appeso nell’armadio di legno della Ivory Suite del Selati Camp nella riserva di Sabi Sabi, sorrido, compiaciuta, e penso: c’è l’ho fatta, domani indosserò questo splendido abito e con Ciro raggiungeremo con la Range Rover il Fig Tree Crossing, l’antico albero di sicomoro che simboleggia la storia della savana e della riserva di Sabi Sabi, dove si svolgerà la nostra cerimonia nuziale.
Tutto è andato a meraviglia fino ad ora, quando siamo partiti il 14 luglio dall’aeroporto di Napoli, mentre guardavo quella coppia così “cool”,  sicuramente diretta verso una destinazione tipo Formentera, ho avuto un momento di panico: ma noi con le giacche imbottite e gli stivali, tornando verso l’inverno, stavamo facendo la cosa giusta?

Invece all’arrivo a Cape Town la città ci conquistò subito, con quell’aria un po’ scanzonata, regalandoci la sensazione di una metropoli moderna, con quell’allegria che solo le città di mare hanno e con la consistenza della Table Mountain che sembra sia lì per proteggere proprio te: non a caso la chiamano la Grande Madre. È proprio quella la sensazione che ti accoglie.

Ci siamo divertiti, siamo andati ovunque potessimo andare, e poi lì sul Faro del promontorio del Cape Point, ci siamo guardati e promessi di amarci per sempre, ed è stato lì che Ciro mi ha regalato il medaglione che ha fatto confezionare con un’antica moneta messicana.
Poi ancora quante emozioni: la città e tutto il promontorio del Capo visti dall’alto, a bordo del minuscolo ed eccitante elicottero, la gita a Robben Island dove fu imprigionato Nelson Mandela per quasi trent’anni, i ristoranti sul mare pieni di allegria, i diamanti nelle vetrine, la gita a Hobart dove si avvistano le balene e, nelle Winelands, il pranzo nel ristorante africano dove abbiamo mangiato sull’albero. Tutte le giornate sono trascorse all’insegna dell’allegria e della spensieratezza, senza programmare, davvero come piace a me!!
Poi, quando Ciro ha tenuto la sua conferenza alla Cape Astrology Association… Ma lo sapevate che, a differenza del resto del mondo, il 90% di astrologi e studiosi appassionati di astrologia sudafricani sono donne?? Comunque non vi posso descrivere come se lo sono mangiato con gli occhi molte delle circa venticinque signore presenti, non tutte giovanissime. Ciro, vecchio volpone con una grande pratica di conferenze, ci ha saputo fare, giocando un po’ la parte del tenerone che voleva essere corretto gli errori del suo inglese imperfetto, per poi affabularle con una lezione di astrologia magistrale, che forse poche volte nella loro vita avevano ricevuto in dono.
Certo che con l’inglese nemmeno io me la cavo tanto bene: finché si tratta di ordinare al ristorante, pagare un conto in albergo o prenotare dei biglietti al telefono, va tutto bene, ma quando sono stata dal parrucchiere e ho tentato di spiegare come avrei desiderato pettinarmi il giorno del matrimonio, ho dovuto tentare di descrivere il vestito da sposa e allora sì che ho giurato a me stessa che da settembre avrei fatto un corso intensivo di lingua inglese.
Poi da Cape Town abbiamo preso il volo per Johannesburg e dall’aeroporto principale ci siamo trasferiti nell’hangar della Federal Air, la compagnia che gestisce i voli verso i lodge che si trovano nelle riserve private e verso le destinazioni più esclusive del Sudafrica e del Mozambico.
Anche lì tutto è curato nei minimi dettagli, c’è un lodge dove si è già immersi nello chic coloniale puro: nessun colore di troppo, tutti i servizi a disposizione, e lì abbiamo potuto lasciare anche parte del nostro bagaglio per portare con noi solo lo stretto indispensabile per i successivi tre giorni nel Selati Camp.
Naturalmente come avevo fatto anche per tutti gli spostamenti precedenti, non ho mollato un attimo la borsa che conteneva gli abiti e gli accessori che avremmo indossato il giorno dopo per le nozze, la camicia da notte, lo scatolo con i confetti, un centro tavola un po’ kitsch con due sposini ma che mi sembrava un simbolo divertente e il mini-cake di pasta di confetto che   avremmo avuto come torta nuziale, oltre a dei regali sorpresa che avevo comprato a Ciro a Cape Town (non volevo correre alcun rischio di perdere le cose che avevo scelto con tanta cura!!).

È stato divertente quando dalla porticina a vetri sovrastata da un antica targa in ottone con la scritta “GATE”  siamo usciti sul piazzale e, in otto passeggeri,  abbiamo raggiunto un piccolo aereo fermo davanti a noi. Poi, la giovane donna che io credevo fosse una hostess, si è tolta la giacca e si sono visti i gradi di capitano sulla camicia, si è seduta al posto di guida e con una sicurezza e l’atteggiamento di chi ha il controllo assoluto della situazione affidatale, ho compreso che stavamo partendo davvero per il confine del mitico Kruger Park. Dopo un‘ora di volo, durante la quale ho visto nella visione retrospettiva dell’oblò svanire il contorno della città e avvicendarsi il paesaggio della savana, il nostro capitano “cazzuto”, ci ha fatto atterrare, in maniera perfetta, sulla pista privata di Sabi Sabi.
Veramente, prima di questo, avevamo fatto uno scalo ad un’altra riserva, dove gli altri sei passeggeri erano scesi, quindi a Sabi Sabi siamo arrivati solo io e Ciro e, ad attenderci, c’era Trevor,, un simpatico e biondo sudafricano che sarebbe diventato il nostro ranger. Dopo un veloce cocktail di benvenuto a bordo pista, siamo saliti sulla Jeep, la Range Rover a dodici posti, “incontrastata regina del deserto”, che sarebbe stata la nostra casa mobile nei prossimi tre giorni.
Nel percorso di circa 20 minuti per raggiungere il nostro lodge, abbiamo iniziato a prendere confidenza con il paesaggio, in un susseguirsi di gradazioni di colori, dal verde naturale al giallo acceso, passando per tutte le sfumature del beige e di quelli che non a caso si chiamano colori “safari”: che emozione, finalmente mi trovavo nel posto che avevo tanto desiderato di vedere; tutto era come nelle bellissime descrizioni della Blixen nel suo libro,ma esserci sul serio era davvero assai più emozionante che leggerlo!
Mentre ancora ero assorta in quei pensieri, un leggero tocco alla porta mi ricondusse alla realtà. Il nostro ranger era venuto a prenderci per portarci a cena e scortarci al ristorante. Il Selati Camp non è recintato quindi avremmo potuto incontrare animali pericolosi sulla nostra strada. Durante il minisafari che avevamo fatto nel pomeriggio (ci eravamo trattenuti abbastanza vicino al campo) avemmo un primo incontro con alcuni degli animali che vivono nella savana: una iena, un ghepardo con i due cuccioli, un elefante, ma ancora nessun leone, con grande disappunto di Ciro.
Avevo indossato dei pantaloni da cavallo e un semplice pullover. Avrei voluto vestirmi anche più carina, ma pensai che avrei riservato tutti gli effetti speciali all’indomani. Presi soltanto una piccola borsa dove misi due cappellini di lana che ci sarebbero potuti servire. Per il resto, pensai, non abbiamo bisogno di nulla. Non portai con me nemmeno un rossetto o quelle piccole cose per un ritocco veloce del trucco. Eravamo in pieno relax, anzi, spensi perfino il telefono e lo lasciai sul tavolino. Anche Ciro, di solito sempre prudente, era quanto mai rilassato e si alleggerì le tasche posando il BlackBerry e la piccola macchina fotografica Sony dalla quale non si separava mai, pensando che tanto, se ne avesse avuto bisogno, saremo stati vicinissimi per tornare a prendere ciò che occorreva.
Un ultimo sguardo a quella meravigliosa suite, che altro non era se non una riuscita citazione della camera di Karen Blixen in “Out of Africa”, al camino che avremmo trovato acceso al nostro rientro, e pregustando l’amore che avremmo fatto per terra davanti al fuoco, sorrisi e dissi: “sono pronta”.
Il Selati Camp è quello, tra i quattro lodge di Sabi Sabi, dove si respira un’ atmosfera davvero di altri tempi: ci troviamo vicinissimi a una vecchia linea ferroviaria che un tempo portava l’oro da Johannesburg al Mozambico e nel bar dove prendemmo l’aperitivo vi erano tutte le targhe originali dell’epoca dei vagoni dei treni.
Io avevo scelto questo lodge anche perché è descritto come il più romantico e infatti gli ospiti sono 11 in tutto e non sono ammessi bambini.
Conoscemmo gli altri ospiti. C’era una coppia che era qui per festeggiare il decimo anniversario di nozze, lei sudafricana con residenza in Belgio e il marito belga. Legai subito perché molto cordiali e carini. Il resto degli ospiti, invece, era formato da una famiglia di Johannesburg in cui erano presenti i nonni (giovani), i genitori e i due figli con la fidanzata del figlio. Anche loro, pensai, fossero persone “speciali”.
La cena si svolse all’aperto e, come in una danza silenziosa, fummo serviti dal personale e da Louise, la direttrice del lodge, una quarantenne, bionda e con occhi blu dolcissimi! Eravamo seduti a una  tavola unica disposta a semicerchio davanti al fuoco, non avvertivamo il freddo che non era poco, ma se lo avessimo sofferto, sulle sedie alle nostre spalle vi erano già pronte delle  coperte. Tutto era buonissimo, davvero speciale, super, ma la cosa più incredibile è che se ti soffermavi un attimo e pensavi al fatto che ti trovavi  davvero al centro di un territorio sconfinato, ti sentivi davvero come avrebbero potuto sentirsi Karen e Denys quando lui la portava a fare i safari, e allora mi sentivo anche io, un poco, la protagonista di un film.
Alla fine della cena, soddisfatti e distesi, parlavamo con i nostri ospiti. Avremmo voluto alzarci, ma nessuno si muoveva a romper quell’incanto notturno. Quando ero sul punto di prendere la via di “casa” vidi Trevor che ci sbarrava il passo e ci spiegava che era necessario, per noi, restare in quell’area perché, intanto, si era sviluppato un incendio vicino alle suite ed era assai pericoloso spostarsi.
Restammo sbalorditi, senza parole, non sapendo cosa fare: un incendio? Vicino le suite? Quali suite? Alzai lo sguardo e sopra di me il cielo era rosso mentre udivo urla raggiungerci da lontano. Cosa stava accadendo? “Non sarà mica la nostra”, chiesi con gli occhi incrociando quelli altrettanto increduli di Ciro? Chiedevo a Trevor e a Louise: “Quale suite sta bruciando?”. Ma non ottenevo risposte. Non ci credevo: afferrai le mani di Louise e stringendola e guardandola negli occhi le ripetei la domanda, implorandola. A questo punto, Louise che era già divenuta mia amica, alla mia domanda diretta e struggente, non seppe più mentire: con le lacrime agli occhi mi  abbracciò  forte e mi disse: “I am sorry, I am so sorry”. Allora compresi tutto. Anche Ciro mi disse che aveva capito quando i ranger erano venuti a chiedere le chiavi a tutti gli ospiti, forse per mettere le cose più importanti in salvo se non fossero riusciti a fermare il fuoco, e quando lui offrì le proprie, le rifiutarono. Io questa scena, per fortuna, non la ricordo più: ricordo che cercavano di parlare con me spiegandomi che ci stavano trasferendo in un altro lodge dove avremmo passato la notte. Erano arrivate delle persone che naturalmente non conoscevo e che poi si sono rivelati essere i direttori degli altri lodge che fanno parte della riserva di  Sabi Sabi e qualche ranger, di cui uno masticava un poco di italiano.

Insomma, nel buio della savana, a bordo della Range Rover, coprimmo il tratto di strada che separa il Selati Camp dal Bush Lodge, dove quando giungemmo i vari responsabili del campo cercarono di fornirci il necessario per la notte. Aprirono il negozio di souvenir dove io presi delle magliette e delle felpe. Poi ci accompagnarono in camera, un’altra bellissima suite e si congedarono da noi ancora increduli e senza parole, rassicurandoci sul fatto che avrebbero fatto di tutto perché il giorno seguente non ci sarebbero stati problemi per il nostro matrimonio, ma facendoci anche capire che le nostre cose erano irrimediabilmente tutte perse!!!
Non chiusi occhio per tutta la notte, pensando che forse il mattino dopo sarei potuta andare a recuperare qualcosa, magari la parte spogliatoio dove avevamo tutte le nostre cose non era andata completamente distrutta, o forse nel bagno qualcosa si era salvato, il mio vestito magari era solo un poco bruciacchiato ma potevo ancora indossarlo: non era possibile che stava accadendo tutto ciò davvero e a noi; avevano sbagliato, non era la nostra suite!
Invece il mattino dopo, la conferma giunse in tutta la sua drammaticità: non si era salvato nulla, forse solo le cose in cassaforte.
Ma cosa avevamo messo in cassaforte? Soltanto un sacchetto che conteneva le fedi, gli orecchini antichi che avrei dovuto indossare e per fortuna i due piccoli brillanti che avevamo comprato a Cape Town per altrettanti regali speciali che volevamo fare al nostro ritorno in Italia.

Ciro riferì la combinazione della cassaforte al direttore che nel frattempo era arrivato in aereo da Johannesburg e dopo un poco ci consegnarono il suddetto sacchetto. Quando lo vidi scoppiai a piangere: tutto qui quello che si poteva recuperare (in quel momento non si pensa alle assicurazioni, ai rimborsi, alla riparazione materiale dei danni)??
Sì, mi dissero, per il resto era tutto distrutto e che avrebbero provato a cercarci le chiavi, ma c’era uno strato alto e caldissimo di venere…
Poi la mia attenzione si spostò alle prossime ore. Erano le dieci del mattino, avevamo, naturalmente, rinunciato al primo safari della giornata che si svolgeva al mattino prestissimo, tra poche ore ci saremmo sposati, avevo un gran mal di testa, nulla da indossare, non sapevamo come fare a rientrare in Italia, avremmo dovuto contattare subito il Consolato Italiano perché non avevamo più neanche i passaporti. Io, addirittura, non possedevo nemmeno soldi o carte di credito. Per fortuna Ciro queste cose le aveva in tasca.
Tutti si agitavano intorno a noi e avrebbero voluto fare anche di più, ma in realtà non si poteva fare nulla.
Qui occorre che io, scrivendo anche a nome di Ciro, elogi moltissimo le persone, l’Organizzazione, la Società, il direttore Jacques volato subito in aereo per soccorrerci: persone splendide, amiche, più che professionali, capaci perfino di farci dimenticare la disgrazia subita e di lasciarci un ricordo bellissimo di questo posto unico al mondo, terra del nostro matrimonio che seguì nel modo più romantico e tenero possibile, sempre sotto l’amorevole tutela di tutto il personale e di tutta l’organizzazione di Sabi Sabi, un luogo dove speriamo di tornare molte volte nella nostra vita futura.

Mi “spedirono” alla SPA per un massaggio così speravano che la sposa si rilassasse; in realtà un po’ ciò avvenne.
Se ci ripenso adesso il momento più tenero fu quando la manager del Bush Lodge mi venne incontro con tra le mani uno scialle colorato, dicendomi: ”Ti ho preso questo al negozio, vieni a scegliere quello che vorresti indossare, puoi prendere tutto quello che vuoi”.
Entrammo e di nuovo non riuscii a fermare le lacrime: nel guardarmi  intorno vedevo solo t-shirts con teste di leoni e di tigri stampate in petto, ma una camicia bianca mi sembrò un miraggio… che dire, in quel momento mi apparve come l’ultimo modello di Chanel. Poi presi una sciarpa stampata sempre con immagini di animali e pensai che avrei potuto metterla al collo. Scelsi un bracciale di perline e una camicia beige, da ranger, per Ciro.

Nel frattempo giunse il ministro che avrebbe celebrato il matrimonio: desiderava conoscerci e parlarci. Prendemmo tutti gli accordi e Ciro gli spiegò  l’importanza dell’ora precisa in cui avrebbe dovuto dichiararci marito e moglie: aveva studiato tutto nei dettagli affinché il nostro matrimonio iniziasse con il migliore cielo possibile.
Poi il ministro ci fece leggere la promessa che ci saremmo scambiati: è molto suggestiva, più articolata e completa rispetto a quella che ho sempre sentito nel rito italiano. Quindi ci mostrò anche i doni simbolici che avevamo scelto di barattare, tra noi, simbolicamente, secondo il rito tradizionale Shangaan e ci spiegò che avevamo  scelto di sposarci su di una roccia antica milioni di anni, all’ombra di un albero tanto grande ed imponente, e che così come quel posto rappresenta il luogo più sicuro della riserva, intorno al quale c’è la vita nella savana dove si lotta per la sopravvivenza, così la nostra coppia avrebbe dovuto rappresentare il rifugio sicuro, all’interno del quale ci saremmo impegnati a non portare i conflitti esterni.
Poi ,dopo un pranzo veloce, avemmo qualche minuto ancora da dedicare ai preparativi. Anche qui non immaginate una trepida sposina alle prese con il trucco, perché mentre  io cercavo con quel poco che avevo ricevuto in prestito di rimediare una faccia decente e soprattutto di limitare i danni che l’estetista (volenterosa ma decisamente negata) della SPA tentava di infliggere ai miei capelli ….

Ciro, alla presenza del Direttore che era diventato nelle ultime ore come la sua ombra, parlava al telefono con il referente delle emergenze dell’Ambasciata Italiana che gli  spiegava la procedura per il nostro rientro dal momento che anche i passaporti erano andati distrutti.
Qualche minuto prima di spostarci ci lasciarono soli: ci guardammo negli occhi ed allora davvero tutto quello che era successo non contava più nulla…

Uscimmo dalla stanza e camminammo leggeri… Stavamo andando a sposarci ed eravamo felici… Un ultimo momento di confusione nella hall… Tutto lo staff intorno. Erano più agitati ed emozionati di noi, ecco il bouquet per la sposa, bellissimo! Un fermaglio da mettere nei capelli con fiori freschi e un fiore per lo sposo. Ci avviammo verso la Jeep dove ci aspettava sorridente Trevor che mise subito in moto e partimmo.
Sullo sfondo udivo le struggenti note della colonna sonora di “Out of Africa”.
Appena usciti dal viale fummo subito in mezzo alla savana e ci accompagnava un brioso corteo di giraffe, impala, gnu e tanti tanti uccelli: anche loro, avvertendo tutta la solennità del momento, non volevano perdersi la festa.



Daniela Boscotrecase




N.B. Il racconto è scritto in Times New Roman, maiuscolo-minuscolo, e così lo mostra l'anteprima di Google, ma quando si pubblica, un "folletto dispettoso" cambia la formattazione. Fa, niente, l'importante è registrare le emozioni di Daniela, narrate in maniera semplice e credo toccante.
c.d. 



Buona serata a Tutti.
Ciro Discepolo



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